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14.04.2020 # 5513
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista a Claudia Iacomino

Ha iniziato a usare la fotografia per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Claudia Iacomino si racconta a Generazione Ilas.

Claudia Iacomino nasce nel 1986 a Napoli.
Studia la pratica artistica fin dal liceo e ne approfondisce la teoria e la storia laureandosi in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi sull’identità fotografica. Nel 2014 si specializza con lode in Fotografia come Linguaggio d’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una ricerca personale sul linguaggio fotografico e la sua relativa percezione. Dal 2014 inizia ad insegnare Arte della Fotografia negli istituti superiori di Latina e Napoli, dividendosi tra Lazio e Campania. La sua costante indagine sul reale la porta ad utilizzare lo strumento fotografico concependolo come il più adatto a descrivere il pensiero più che la realtà. Anche quando esplora nuovi mezzi, come il video, non abbandona la semantica fotografica, prediligendo l’esaltazione dell’immagine statica come metafora del pensiero.




L’Intervista

Come ti descriveresti?

Adesso io, non lo nego, non son capace di descrivermi, mi sembra che si finisca quasi sempre in quella falsa modestia dell’essere questo o quello. Vediamo, posso dire di essere tante persone insieme che si incontrano, si scontrano, a volte si lasciano ma poi resistono; che mi piace osservare le cose che accadono, a volte molto più di viverle e non solo per pigrizia piuttosto per incapacità. Mi piace scoprire cose nuove, che detto così sembra l’incipit di un tema di mia nipote, eppure è così. Un libro, un artista, un movimento storico, un regista, mi viene sempre di cercare risposte lì. La tecnologia no, quella non mi piace, ho un rapporto complesso con la velocità.


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?

Essere fotografi significa tante cose, legate anche a come si usa la fotografia, al ruolo che le si dà. Io ho iniziato a usarla per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Poi, specializzandomi, ho iniziato a lavorare con la fotografia commerciale, a insegnarla ma il ruolo di fotografa mi appartiene solo quando ritorno al mondo delle visioni, quando creo qualcosa che prima non c’era.



©Claudia Iacomino

Che ricordi hai del tuo percorso alla Ilas?

Durante un periodo molto frenetico, in cui studiavo a Roma, insegnavo a Latina e vivevo contemporaneamente a Napoli, mi chiama il Direttore del corso di Fotografia dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli per dirmi che avevo vinto una  borsa di studio di un anno alla Ilas. Ero lusingata ma anche stanca di riiniziare a studiare la tecnica fotografica, e qui c’è stata la sorpresa. La Ilas non è stata solo tecnica, eccellente e fatta a livelli professionali, è stata crescita personale e sviluppo delle identità fotografiche, con cui ognuno di noi entrava in contatto. Pierluigi De Simone è un prezioso insegnante, ci ha portati oltre la pratica in studio, verso la semantica, la narrativa e in generale verso una cultura fotografica su cui ancora oggi, spesso, apriamo grandi dibattiti.


Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?

Finiti gli studi sono partita per Londra. Andavo in giro per gallerie a presentare il mio lavoro, la mia ricerca. Proporsi significa anche convincere l’altro del valore del tuo lavoro, e questa è stata una grande sfida. Mi sono presentata sul set di un fotografo di moda e appena mi ha vista mi ha detto chiaramente “non posso farti lavorare qui, sei troppo esile, non saresti utile neanche per montare i set”. Poi a fine giornata mi
ha chiesto di restare. Abbiamo lavorato insieme per uno shooting e sono andata via. Non era quello che mi interessava. Ad oggi la sfida più grande è quella di ripensare alla fotografia come mezzo per contemplare un dolore, ma è tanto più ardua.


©Claudia Iacomino

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

La sua identità, e non a livello ontologico. Io penso per immagini. A tutte le parole che ascolto gli attribuisco un’immagine, un ricordo visivo, è così che funziona e questo mi affascina. E non è solo l’eterna dialettica tra realtà e percezione, è molto di più. E’ la capacità che ha la fotografia di suggestionare la nostra visione, di attivare dei meccanismi esperienziali in silenzio, senza fare troppo rumore e in modo quasi infimo. E’ una bugia autentica ma è anche coscienza individuale e collettiva, è conoscenza delle cose. Inoltre sempre più spesso mi attirano i suoi limiti; analizzare tutto quello che la fotografia non è: il suono, l’odore, le parole; questo mi ha portato a sviluppare un lavoro di sinestesie visive, “La fotografia degli altri è bellissima” in cui il testo suggerisce l’Immagine. Un modo diverso di pensare alla fotografia, svuotandola dal referente.


Mi ha colpito molto l’immagine che hai su facebook, una foto “manipolata” da Julie Cockburn con ago e filo. Quanto pensi sia fondamentale fare ricerca al di là della fotografia?

Una volta ho letto questa frase ironica che diceva “Ma quelli che fanno ricerca, in realtà cosa cercano?” e mi piacerebbe dare una risposta piena di senso ma non ce l’ho, anzi colleziono dubbi per questo ricerco.
Probabilmente si prova a cercare significati profondi nelle cose, delle risposte, o magari si cerca di lasciare una traccia, a volte lo si fa anche solo per ego, per dire la propria, che è il modo peggiore di fare ricerca.


©Claudia Iacomino

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

Cattelan, perché non è un fotografo. Ma in generale dipende dall’umore.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Di conoscere il mondo delle immagini, tutto, dai pittogrammi alla storia dell’arte passando per la grafica, fino al cinema. Riempirsi gli occhi di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che la nostra mente può generare con la lettura, la musica ed ogni forma di cultura.


C’è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

No, non direi, la foto non è mai finita. Ogni foto scattata può essere la base per un’altra fotografia, e queste sono le parole di Gastel(!). Piuttosto mi piace guardare con soddisfazione e affetto questo estratto di “Oggi ho conosciuto un uovo”, una delle mie prime fotografie, sulla quale ho costruito un profondo lavoro di ricerca.


©Claudia Iacomino

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?

Non so cucinare, non amo mangiare e in generale non ricordo i sapori che assaggio.


Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

Ho fatto un solo lavoro in bianco e nero “Sedimenti”, esposto questo dicembre alla Fondazione Circolo Artistico Politecnico, in una collettiva. Per quanto fosse stata una scelta ponderata e faticosamente accettata, avevo prurito alle mani ogni volta che lo vedevo. Il colore mi serve a comunicare una sensazione precisa, così come la sua assenza ha un valore semantico, ne sono cosciente. Il punto è che i colori esistono, inficiano la nostra espressione delle cose e non riesco ad escluderli dal processo visivo.


©Claudia Iacomino

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.

Il fuoco, il cibo, l’arte.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 

Rispondere a questa domanda in un periodo di singolare quarantena, è difficile. Per ogni altro giorno sarebbe valsa la risposta di cercare stimoli, osservare dettagli, recuperare domande, formulare risposte. Adesso provo a pormi le stesse ambizioni ma senza troppa consolazione.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Probabilmente un cambiamento di rotta rispetto a quanto prodotto finora.

13.12.2021 # 5854
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione ilas: intervista a Silvio Acocella

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

Silvio Acocella nasce nel 1983 a Salerno. Dopo gli studi universitari decide di dedicarsi alla fotografia frequentando la ILAS sotto la supervisione di maestri quali Ugo Pons Salabelle.
Dopo la scuola si trasferisce a Milano e lavora a stretto contatto con numerosi fotografi di moda, tra tutti Peter Lindbergh. Tornato a Salerno lavora con Ferdinando Califano e apre nel 2010 il suo primo studio fotografico.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
Diciamo che ho sempre avuto la passione per la fotografia, da piccolo prendevo la yeshica a pellicola di mio padre e mi piaceva sperimentare, poi mi hanno regalato una telecamera, insomma crescendo la mia passione è aumentata, insomma avevo deciso che la fotografia avrebbe fatto parte della mia vita. Ho iniziato a fotografare per hobby, poi ho deciso di studiare alla ilas per approfondire, mi sono trasferito a Milano lavorando lì un anno e poi sono tornato al sud, dove sono di base a Massa Lubrense.

Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo?
Venendo a mancare tutto il resto di attività che prevedono una documentazione fotografica, ho avuto la fortuna di avere come cliente un’azienda che mi ha commissionato foto per un e-commerce, settore invece che per fortuna non ha avuto problemi, anzi tutto l’opposto, in questo periodo. Diciamo che cercando, soluzioni si trovano.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Un ricordo bellissimo, la scuola, il personale, la direzione. Su tutti il mio docente di Fotografia Ugo Pons Salabelle. Nonostante siano passati più di dieci anni da quando ho frequentato il corso ilas, ci sentiamo ancora e gli chiedo ancora consigli!

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fini ad oggi? C’è qualche aneddoto?

Diciamo che nel mondo della fotografia, disavventure tecniche succedono quasi spesso, anche quelle con i clienti. Forse ricordo meglio le cose belle ed è una fortuna, tra tutte quando ho lavorato con Lindbergh nell’anno i cui ho vissuto a Milano, un’ esperienza che ricorderò tutta la vita!

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perché?
Tra i miei preferiti Martin Parr e Peter Lindbergh, ovviamente per ragioni opposte, ma in generale mi piace entrare nella testa dei fotografi e capire il loro punto di vista. 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Dunque, non è un periodo facile, ma direi che - se è davvero quello che vogliono fare - di andare contro tutti (perché molti gli diranno che fare foto è un hobby non un lavoro) e studiare un sacco.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

Non ho una foto che mi rappresenta più di altre, forse, tra tutte le mie foto, sicuramente quelle scattate in bianco e nero.

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?
Un dolce molto carico, pieno di zuccheri. Prima lo mangi e sei soddisfatto, dopo vieni assalito dai sensi di colpa.

Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché?

Bianco e nero, assolutamente. La fotografia per me è Bianco e Nero. E se penso al bianco e nero penso a Mimmo Iodice.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Visti i tempi non saprei, sicuramente mi piacerebbe aumentare anche la produzione video, un settore che secondo me deve andare di pari passo con la fotografia.

01.12.2021 # 5848
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione ilas: intervista a Emilia Apostolico

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

(Urania Casciello) Come ti descriveresti? 
(Emilia Apostolico) Mi definisco una persona consapevole. Può sembrare strano, ma la consapevolezza non è  scontata, la consapevolezza dà spessore e forma alla mia esistenza.

Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?
No, ma ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di creativo, di assolutamente divertente.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Ero in un momento della mia vita in cui, appunto, mi  mancava la consapevolezza di diverse cose, ma è stata una bella esperienza. Una scuola seria, insegnanti fantastici. Ugo Pons Salabelle, in particolare, mi ha lasciato un ricordo bellissimo. Un uomo ricco di cultura, le sue lezioni: indimenticabili!
 
Il tuo lavoro ti porta ad essere in contatto costante con le famiglie, maternità e bimbi appena nati. Cosa ti piace di più del mondo della fotografia family? Cosa si prova?
 È un mondo meraviglioso. Condivido momenti importanti, dinamiche nuove. Ho sempre davanti la parte più bella dell'umanità, e poi stare vicino ai neonati è magico.
 
Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fino ad oggi?
La sfida  più grande è quella di riuscire sempre ad entrare in sintonia con i miei clienti. Quando si realizzano questi particolari tipi di servizi fotografici si entra in intimità, le persone si mettono a "nudo" e devono sentire di potersi fidare. Ogni volta che entro in sala di posa devo sgombrare la mente da tutti i miei pensieri e sentire le loro emozioni.  

Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo (o nella gestione del lavoro)?
Sicuramente nello studio c'è l'adeguamento al protocollo Covid che, in realtà, eccetto l'uso della mascherina, non ha modificato di molto quelle che erano già le norme di igiene e sicurezza che, fotografando bambini di pochissimi giorni, già adottavo.  

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La sua forza evocatrice, la sua potenza.

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perchè?
Leticia Reig, una fotografa spagnola. Le sue foto mi commuovono e le sento molto vicine al mio stile.

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di intraprendere un rapporto profondo con sé stesso, dare ascolto ai propri sogni e individuare bene la strada da percorrere. Fatto questo, che è la parte più difficile, poi investire tanto nella formazione e nello studio costante.

 Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché
Colori. Il colore mi dà tutte le sfumature, infinite possibilità.

Tre cose di cui NON potresti fare a meno sulla terra.
L'amore, l'arte, l'allegria.

14.06.2021 # 5742
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista ad Andrea Emma

Viaggio di un Creative Director tra

Andrea Emma è creative director e fondatore dell’agenzia di comunicazione CROP Studio.

Nasce a Napoli nel 1981, nel giorno della Liberazione. Affascinato fin dai primi anni di vita dalle armonie delle arti visive e performative deve gran parte della sua sensibilità artistica alle attitudini e talenti familiari che gli hanno aperto la strada verso un’esplorazione appassionata dell’arte, della musica e della fotografia. Terminati gli studi liceali e iniziati quelli universitari viene totalmente assorbito nel mondo Ilas, dove comincia un percorso formativo decisivo. Dal 2001 inizia la sua immersione nel mondo della comunicazione digitale e cominciano le prime esperienze lavorative presso agenzie di comunicazione come art director. Nel 2006 decide di continuare da freelance professionista e in un momento di grande fermento artistico personale si trasferisce a Barcellona nel 2008, vivendo quattro anni di immensa crescita professionale. Diventa in poco tempo direttore creativo di un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design. Nel 2011, spinto dall’amore per Napoli e dalla voglia di sfruttarne un inespresso potenziale, decide di partecipare ad un progetto di co-working portando la sua esperienza internazionale e conoscendo gran parte del team con il quale adesso collabora. L’amore per la fotografia e la musica si consacra in una delle esperienze umane ed artistiche più stimolanti, attraverso la mostra personale “Enzo Avitabile Music Life” del 2012 al Castel Sant’Elmo, estratto delle fotografie di scena del docu-film firmato dal premio Oscar Jonathan Demme. Nello stesso 2012 è ideatore, fondatore e creative director di CROP Studio, la sua sfida attualmente in corso più stimolante e importante.





(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente? 

(Andrea Emma) È un periodo molto intenso, di grande pianificazione e organizzazione di progetti stimolanti. La fortuna di fare questo lavoro è spesso quella di poter scegliere con chi lavorare e soprattutto in che modo cercare di fare al meglio le cose. Per rispondere al meglio alla tua domanda posso rivelarti che i progetti più interessanti degli ultimi mesi vanno dalla tecnologia e l’ecosostenibilità, passando per l’arte e il design con un periodo molto intenso di produzioni video che coinvolgono scenari rurali, sveglie presto, mille caffè e albe mozzafiato.


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Credo nella creatività come ad un dono o semplicemente come una positiva “inquietudine” che ti circola dentro. 
Avendo avuto un trascorso da musicista, è un po’ come sentire il “groove” che hai dentro. 
La creatività non puoi scegliere di averla, o ce l’hai o non fa per te. Ma per stimolarla spesso scelgo di immergermi totalmente nel punto di vista avverso all’obiettivo che voglio perseguire, per avere una visione lucida e chiara delle cose che non dovrò certamente fare.




Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Ricordo di essere stato attirato da un manifesto che mio padre mi fece vedere per strada, all’epoca ero uno studente universitario di informatica ingolfato e non era certamente sereno il mio stato d’animo. Quel manifesto e la lungimiranza di mio padre - a cui devo tutto - mi spinsero a compiere il passo. Ed è stato un passo che somigliava più ad un salto. Ricordo dell’Ilas come di un qualcosa che all’epoca era totalmente inedito nello scenario formativo del 2000-2001. Entrare in aula, ascoltare la musica durante i laboratori, avere dei professionisti giovani, simpatici e preparatissimi. Non c’era un solo minuto di lezione che non fosse appassionante. Per mia fortuna ho letteralmente divorato l’anno, nello stesso anno ho cominciato a lavorare come designer e attualmente molti dei docenti con cui ho fatto lezione sono diventati amici e in alcune occasioni anche colleghi di lavoro. Qualcosa di veramente intenso.

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

La sensibilità verso le arti visive mi ha sempre avvicinato molto al mondo della comunicazione. Ricordo che nella televisione anni 80-90 la cosa che mi piaceva di più guardare erano le pubblicità, mi soffermavo a guardare i packaging, mi affascinavano le tipografie e le illustrazioni, MTV rappresentava l’innovazione in termini di ricerca di stile, di animazioni ed ero uno spettatore già all’epoca attento a tanti dettagli.
Non sapevo di poter fare proprio questo lavoro, ma ero certo che sarei entrato da una delle porte dell’arte per poterla far diventare parte della mia vita.



Nel 2012 hai fondato CROP Studio, come l’avevi pensata in quegli anni e come è diventata oggi?

Nel 2012 avevo gli occhi che brillavano di un’esperienza conclusa all’estero ed ero in pieno amore per il mio rientro in patria. Devo ammettere che il ritorno è stato stimolante anche grazie al gruppo di visionari professionisti che ho conosciuto. La voglia era tantissima di poter creare qualcosa di unico e di sfruttare il potenziale e le altissime qualità che ognuno di noi esprimeva in modo indipendente, ed è così che è nata CROP Studio.
L’intuizione è stata giusta perché mancava un’idea di appartenenza e un coordinamento strategico. La possibilità di “incrociare i flussi” e diventare più forti. CROP Studio voleva essere esattamente quello che sta diventando oggi, una realtà che guarda al futuro della comunicazione digitale con interesse e con cura, ma soprattutto proponendosi come alternativa davvero valida nel mercato. Siamo consapevoli che troppe agenzie professano il “nuovo" e l'innovazione come unica soluzione, ma a lungo termine è l’esperienza e la strategia che determinano - con risultati misurabili e tangibili - il successo. Nel nome stesso dell’agenzia c’è il concetto chiave di tutto il nostro metodo: tagliamo l’eccesso e semplifichiamo, consapevoli che, come diceva Bruno Munari “Complicare è facile, semplificare è difficile” e che “Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità”.

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

In ogni lavoro cerco di sentirmi appagato e rappresentato, perché cerco di non pubblicare mai nulla che non sia davvero riconoscibile e pulito. I lavori più stimolanti e che ricordo con più affetto sono stati il progetto per il Pastificio Lucio Garofalo nel 2011, dove sono stati raccontati i formati di pasta in modo innovativo e diverso, valorizzando la pasta come opera d’arte; le fotografie di scena per il docu-film sulla vita di Enzo Avitabile con la regia di Jonathan Demme che mi hanno regalato l’emozione di poter conoscere artisti e musicisti di tutto il mondo, di poter condividere 20 giorni di produzione con un regista premio Oscar ed esporre una mostra personale al Castel Sant’Elmo. Negli ultimi mesi sono davvero soddisfatto e felice di aver concluso e pubblicato un progetto per un’azienda produttrice di e-bike che mi ha coinvolto in ogni piccolo processo di produzione.




Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

Partiamo dal presupposto che ho la fortuna di fare un lavoro che si basa su emozioni, armonie, colori e arte.
Le sfide più grandi finora affrontate sono state quelle di divulgare e far comprendere ad aziende e clienti il vero valore del digitale, della comunicazione di qualità, e del giocare secondo le regole.
Molto spesso prima ancora di essere un consulente per le aziende mi ritrovo a dover psicanalizzare manager e imprenditori nel compiere il passo verso l’innovazione, nel credere di più nel proprio prodotto e affidarsi ad una nuova visione. 
Sono troppe le agenzie e i finti professionisti che speculano e dissanguano le aziende che ovviamente restano traumatizzate e scottate da approcci senza alcun senso, dove tutto diventa inutile e genera poca fiducia nel mondo del digital branding.


Sei stato a Barcellona nel 2008 come direttore creativo per un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design, che ricordi hai della tua esperienza e della città? Ci torneresti?

Barcellona era un sandalo infradito.
Una città comoda, versatile, senza troppi giri di parole. Ognuno poteva essere chi voleva e lo scambio culturale era immenso. Circolava tanta sperimentazione e tanta cultura, anche se a volte si rendevano artisti e artistiche cose che per la cultura Italiana e per il patrimonio artistico-culturale di Napoli non potevano reggere nemmeno lontanamente il confronto. Nel 2008 Barcellona era una perfetta macchina di marketing, le aziende investivano sui giovani, sui master, la città era piena di eventi, concerti, sole, mare, contaminazioni di ogni genere.
In ufficio eravamo più di 40, io ero l’unico italiano e si parlavano quattro lingue: lo spagnolo, l’inglese, il catalano e il napoletano. L’esperienza professionale è stata unica a livello tecnico, c’era una piena fiducia nel capitale umano, ognuno poteva gestire le ore di lavoro in modo agevole tenendo conto però degli obiettivi da raggiungere e le consegne da rispettare. Una metodologia nuova ed innovativa per quel tempo. Quest’esperienza oggi mi è utile per coordinare al meglio risorse e lavorazioni, rispettando la vita.





Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro? Consiglieresti un’esperienza all’estero come hai fatto tu?

Sembra banale ma in questo lavoro se non sei felice e non vai a lavoro contento di ciò che stai per fare allora vuol dire che stai sbagliando tutto. Se non c’è emozione nel pensare, ideare, progettare, coordinare è meglio dedicarsi ad altro.
Questo è un lavoro che premia lo studio, la ricerca della qualità, l’applicazione, la tenacia, la resistenza, il metodo.
Fare un’esperienza all’estero per me è stato edificante, decisivo, vorace. Non si può pensare in grande se non si va a vedere come si fanno le cose al di là dei nostri confini. Il ruolo che si ha nel mondo della comunicazione comincia anche dall’esplorazione e dalla ricerca di ciò che naturalmente ci stimola.


Un film e un libro che ti hanno cambiato la vita e perché.

Grazie a mio fratello avevo accesso alla visione di film che erano forse un po’ precoci per la mia tenera età, ma gli anni 80 sfornavano pietre miliari che hanno composto meticolosamente l’universo di sogni, sensazioni e caratteristiche della mia attuale personalità. 
Back to the Future (Robert Zemeckis - 1985) era uno di quei film che mi hanno stravolto: la narrazione, la possibilità di pensare alle azioni che possono cambiare il futuro (e il passato). Una struttura geniale che mi ha fatto percepire la vita e le azioni da compiere in modo diverso, forse più riflessivo.
Frédéric Beigbeder - Lire 26.900 (99 Francs il titolo originale) Lo ricordo con estrema lucidità perché lo lessi nel 2001 quando ero immerso nel mondo del cambiamento e nell’esplorazione della vita da pubblicitario / art director. Questo libro è stato preparatorio, provocatorio, quasi come un’armatura. In una lettura scivolosa e diretta mi ha indicato cosa non volevo essere ma allo stesso tempo cosa la pubblicità a quel tempo era capace di creare nelle persone. Premonitore per tanti aspetti legati al mondo digitale di oggi.





Una parola che ti rappresenta.

Sicurezza. È quella che sento di avere quando accolgo un mandato, è quella che voglio avere ogni volta che devo compiere una scelta, è quella che scelgo per i miei figli e i miei affetti. La sicurezza non è mai qualcosa di oggettivo ma bisogna crederci per ottenerla. Ma soprattutto la sicurezza perché sono sicuro di aver scelto la mia strada e sono sicuro di poter fare un buon lavoro, perché quando ci guida la passione, la sicurezza ne è l’espressione.

Tre cose a cui non potresti mai rinunciare.

All’amore, alla passione, alla famiglia. Nulla esisterebbe senza.

Cosa ti guida?

Raggiungere il prossimo obiettivo, ma in realtà sono io che guido!

Progetti futuri?

Di progetti in cantiere ne ho tanti, interessanti e in via di sperimentazione e sviluppo.
Il futuro spero mi dia la conferma che ciò che sto costruendo oggi sia d’esempio, nel bene e nel male, per tutti quelli che vorranno intraprendere questa strada. 

14.04.2020 # 5512
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista a Federica Mele

Tra fotografia e fotoritocco, non dimenticandosi mai della musica, Federica Mele si racconta a Generazione Ilas.

Federica Mele è nata a Napoli nel 1993.
Ama la musica, la sua macchina fotografica (Samantha), il suo Mac (Johnny Junior), e il suo cane (Argo). Prima di camminare aveva già le mani nell’argilla, grazie ai suoi genitori. Le è sempre stato abbastanza chiaro che avrebbe vissuto di e con l’arte. Non ha mai dovuto scegliere, ha avuto la fortuna di esserci nata dentro. Nonostante il suo amore indiscusso per il fotoritocco e per la post-produzione, che le ha permesso di dare sfogo alla creatività liberamente, quando ha incontrato la macchina fotografica è stato amore a prima vista. Nel 2015 ha frequentato la ILAS, dove ha capito che sarebbe stata felice nel mondo della fotografia e che non avrebbe mai sentito il “peso” del lavoro.
Subito dopo la ILAS ha partecipato a diversi workshop, con Alessia Cosio, Marianna Santoni e Martin Benes (per ben 3 volte) e ha superato una selezione per lo studio fotografico Rotili De Simone.



L´Intervista

Progetti attuali?

Oltre ai progetti lavorativi in corso, che continuano a procedere per il meglio, mi sto dedicando alla realizzazione di diversi obiettivi. Il primo è quello di farmi maggiore pubblicità con i social, che avevo un po´ perso di vista. Sto, inoltre, continuando il mio periodo di sperimentazione personale, credo infatti che per un fotografo sia davvero importante. 


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Se Marilyn Monroe era celebre per le due gocce di Chanel, nel mio caso due cucchiai di nutella e si parte. No, scherzo! Credo che la mia fonte di ispirazione principale sia la musica. Mi dà, allo stesso tempo, la calma e la carica per affrontare un nuovo lavoro. Nel caso di lavori personali, quello che mi trasmette una canzone spesso mi ispira per un nuovo progetto. Quindi in realtà, no, non ho un vero e proprio rituale, ma la musica è una parte fondamentale della mia vita. 


Preferisci lavorare in team o da sola?

Ho lavorato prevalentemente in team, e da queste esperienze ho imparato molto. Ho acquisito maggiore calma e velocità. E il team mi ha spronato soprattutto a guardare le cose in maniera diversa, fuori dalle mie abitudini, uno sguardo nuovo. A mio parere, il team accresce il proprio potenziale.
Nei progetti che ho affrontato da sola, invece, ho avuto la possibilità di sfidare me stessa e vedere fin dove potevo arrivare. Stressante, ma soddisfacente.



Credits: Arkè per Miriade. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

In realtà sì, credo di averlo sempre saputo. Ho iniziato a usare photoshop 5.5 quando avevo 12 anni. La fotografia è arrivata subito dopo grazie alla mia migliore amica, se adesso so cosa mi rende felice lo devo a lei. Quando ero al liceo volevo fare l’architetto, all’università mi sono iscritta all’Orientale, ma ad un certo punto ho capito che trovavo ogni scusa per fotografare o per stare al computer. In quel periodo mio cugino frequentava la Ilas, e non smetterò mai di ringraziarlo per avermi portato lì. Mi ha cambiato veramente la vita.



Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Alla Ilas ho iniziato a comprendere l’importanza di lavorare e di confrontarsi con altre persone. Ma il ricordo principale riguarda i miei insegnati, Pierluigi De Simone e Fabio Chiaese, per tutto ciò che mi hanno insegnato trasmettendomi il loro amore e la loro passione, cosa che non è da tutti secondo me.
Prima di iniziare le lezioni cercai informazioni su Pierluigi e scoprii che il suo colore preferito è il blu. Non so perché, ma è stato una sorta di segnale (visto che è anche il mio colore preferito) e infatti avevo ragione. 
Come si dice “sei il risultato di tutte le persone che incontri e delle esperienze che fai”. Beh, loro sono una parte importante di me e della mia crescita, e non smetterò mai di ringraziarli. 


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiera?

Forse sembrerò un po’ presuntuosa dicendo questo, ma quando vedo un lavoro finito sono sempre abbastanza fiera del gradino che ho superato. E questo mi dà lo slancio per quello successivo. Se proprio devo scegliere un lavoro che più mi rappresenta, è un ritratto che ho fatto al mio cane.


©Federica Mele

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare nel tuo lavoro?

Sicuramente il mio primo vero lavoro: era la prima volta che lavoravo per un importante marchio di borse, avevo una marea di scontorni da fare e delle consegne che per me, all’epoca, erano assurde. Non dormii alcuni giorni per consegnare le foto in tempo. Anche adesso, ogni volta che chiedo la data della consegna, la risposta è sempre “ieri”. 



C’è qualcosa che non ti piace o che cambieresti nel mondo della fotografia e della post produzione? 

Della fotografia, probabilmente cambierei il modo in cui la si vede oggi. Ogni giorno, attraverso i social, ci troviamo davanti migliaia di fotografie ma quasi nessuno si ferma veramente a guardarla una fotografia.
Per quanto riguarda la post produzione, c’è un dibattito sui pro e i contro da sempre, con l’arrivo del digitale ancora di più, e mi piacerebbe che le persone si aprissero un po’ di più a questa professione (che non è ancora nota a tutti). Viene spesso vista in modo negativo e secondo me è tanto bella quanto la fotografia. Con la la post produzione si apre un altro mondo e non capisco perché molte persone ne siano così intimorite. 



Credits: Arkè per Carpisa. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Cosa ti appaga di più del tuo lavoro?

Il risultato. Quando dedico ore e ore a un lavoro, poi vederne il risultato è la cosa che mi fa capire che in realtà non sto lavorando. 


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Non ho un’esperienza decennale, ma se c’è qualcosa che ho imparato nel tempo, e che avrei voluto realizzare prima, è che bisogna sempre buttarsi, creare, sperimentare. So che può sembrare banale, anche a me è stato ripetuto molte volte, ma non è così scontato. Ancora oggi è la cosa che dico a me stessa tutti i giorni.


©Federica Mele

Se la fotografia fosse un cibo, quale sarebbe?

Cioccolato. Non potrei vivere senza.


Tre fotografi che ammiri di più?

Francesco Cito, per il suo coraggio e per il modo in cui ha raccontato la sua verità. Il fotogiornalismo non è stato il mio percorso, ma lo ammiro come persona, oltre che come fotografo. Pensare a quello che ha fatto, da dove è partito e dove è arrivato, mi da sempre motivazione.
Richard Avedon, per i suoi ritratti. I suoi soggetti non danno mai l’idea di essere buttati li, a caso, hanno sempre un motivo per essere li, in quel modo. 
Shoji Ueda, per il modo in cui è riuscito a portare il surrealismo nella realtà e per l’essenza dei suoi scatti. 


Per 24 ore hai la possibilità di cambiare tutti i colori della terra in un solo colore, quale scegli?

Sembrerà strano, ma scelgo il blu! Questo colore mi ipnotizza, ha un ascendente su di me. 


Cosa ti aspetta per il futuro?

Non ne ho idea! E forse è proprio questo il bello. Tanti progetti, tante idee per la testa. Sicuramente continuerò con i miei cyborg, ma poi chissà. Una cosa è sicura però, avrò “i piedi ben piantati a terra e gli occhi fissi sulle stelle”, come dice una canzone dei Goo Goo Dolls.



14.04.2020 # 5511
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista ad Andrea Tascino

Da piccolo preferiva alcuni cartoni animati ad altri solo per lo stile grafico. Andrea Tascino, direttore artistico di un´agenzia con sede anche in Spagna, si racconta a Generazione Ilas.

Andrea Tascino è direttore creativo e titolare dell’agenzia di comunicazione Nunau.

La sua passione per il design pubblicitario è nata sin da bambino, appassionato di spot alla tv e di tutto ciò che aveva una bella grafica. Verso i 10 anni inizia a collezionare lattine di bibite da tutto il mondo, circa 700 sulle mensole della stanza, al posto dei pupazzi. A 19 anni decide di iscriversi a Scienze della Comunicazione e contestualmente inizia il corso di Grafica Pubblicitaria alla Ilas.A 21 anni la svolta, il suo primo impiego in agenzia, la Soluzioni S.r.l. di Massimo Maria Lucidi dove ha imparato cosa significa lavorare nel mondo della comunicazione a 360°. Entrato come grafico si ritrova ad organizzare eventi, consegnare la posta, fare campagne pubblicitarie, portare il caffè, ma anche partecipare a business meeting con Santo Versace, il candidato a Sindaco del periodo, o il direttore Marketing Mondo di Costa Crociere. Un’immersione totale nel mondo del lavoro entrando dalla porta principale. Post-laurea passa un anno a Londra per imparare la lingua e proseguire gli studi universitari, ma al momento di decidere se intraprendere il percorso di studi, passando varie selezioni, inizia un lavoro come account manager per una software house. Arriva la mancanza di Napoli e del mare così inizia il nuovo capitolo lavorativo con una casa-studio a Mergellina. Dopo 7 anni di professione – e una bimba in arrivo – nasce l’idea, con l’ausilio di 2 clienti imprenditori, di creare la NUNAU, neologismo che sta a significare NEW-NOW il nuovo adesso.

L´Intervista


(Urania Casciello) Cosa significa essere direttore creativo oggi?

(Andrea Tascino) Svolgere la mansione di direzione creativa non è tanto difficile se hai dei collaboratori bravi ogni tanto metto la mia ma lascio molto lavorare perché ho piena fiducia in loro, la parte più difficile è quella di amministrare la società, gestire i clienti, cercare di rispettare tutte le consegne e sopratutto quello di vendere un prodotto che non esiste. Eh già perché “vendere”, nel nostro settore, significa vendere un prodotto che non esiste, convincere il cliente che verrà un lavoro perfetto per lui, realizzarlo e poi infine, la parte forse più difficile, farsi pagare (ahinoi).

 
A cosa stai lavorando attualmente?

In questo periodo, al tempo del corona virus per i posteri, stiamo lavorando su più progetti di cui 3 molto importanti. Tutto lo staff è in smartworking e nello specifico stiamo lavorando alla realizzazione della Brand Identity, del Portale web e della Strategia Digitale di una scuola di formazione per Avvocati Tributaristi che risulterà la prima in Italia, in quanto unici ad avere la certificazione, stiamo lavorando a Bioambassador un portale interamente dedicato al bio e alla sostenibilità ed ad un progetto molto carino di Experience in Costiera Amalfitana.


© Andrea Tascino - Nunau


Quali sono le prime cose che fai quando ti approcci ad un progetto?

In agenzia, con l’esperienza pregressa, abbiamo sviluppato un metodo per aiutare il cliente su cosa vuole veramente, il metodo Nunau. Questa scelta è dovuta dal fatto che nella maggior parte dei casi il cliente ti fa una richiesta di servizi, ma non sa bene a cosa servono come utilizzarli e se gli servono davvero. Noi in trenta giorni, con interviste al cliente o ai vari membri del suo staff, one-to-one o in gruppo, con le nostre professionalità in organico, tiriamo fuori un documento strategico, le istruzioni sul da farsi, poi il cliente è libero di scegliere noi per realizzare il lavoro  o portare questo documento in un’altra agenzia. 

 
Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?

Davvero molto bello, è stato come rifare il liceo ma con tutte materia che mi piacevano, i professori erano tutti ragazzi simpatici ed ogni giorno si imparava con il sorriso sulle labbra.

 
Hai qualche aneddoto su qualche difficoltà lavorativa che poi sei riuscito a risolvere?

Di aneddoti ce ne sono tanti ma per mia indole le cose risolte difficilmente le ricordo, solo quelle non risolte restano nella memoria, come qualche cliente che ha deciso di non pagarmi una grossa somma di denaro, o qualche collaboratore che si è comportato in maniera sleale. Quelle le ricordo ma me le tengo per me.


© Andrea Tascino - Nunau


Qual è il lavoro di cui vai più fiero?

Senza fare marchette, o preferenze, come per i figli, il lavoro di cui vado più fiero è quello che faccio tutti i giorni. Essere presente in ufficio, cercare di essere un esempio umano e professionale per il team, cercare di migliorarmi e migliorare ogni giorno… di questo si, vado fiero.


Napoli, Milano e Barcellona, pregi e difetti delle città che hai scelto per la tua agenzia di comunicazione.

– Napoli perché è la mia città e tutto nel mondo, per non essere esagerato è nato qui.

– Barcellona per necessità lavorative, abbiamo gestito e organizzato l’apertura di tre nuovi punti vendita di Mondo Convenienza in Spagna, due a Barcellona e uno a Madrid.

– Milano sempre per una opportunità di lavoro, NAF-NAF Italia è un nostro cliente che gestisce un nostro collaboratore a Milano ma anche con lo scopo di creare una rete commerciale alternativa puntando al settore del Fashion.


© Andrea Tascino - Nunau


Come vedi il futuro lavorativo dei direttori creativi?

Più che il futuro dei direttori creativi cerco di guardare al futuro della nostra professione e del nostro settore, cercando di anticiparlo. Sicuramente la pubblicità sarà sempre più invasiva e più presente nelle nostre vita, cambiano e cambieranno i supporti e le tipologie, l’importante è restare sempre aggiornati ed essere ottimisti.

 
Che consiglio daresti alle persone che si avvicinano adesso al tuo settore?

Di credere in se stessi e portare avanti le proprie idee. Per quanto difficile, il nostro è un lavoro magico, assistere alla nascita di un nuovo Logo che prima era solo nelle nostre meningi è una cosa meravigliosa è questo è “priceless”.

 
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

Sin da piccolo ero attratto dalla pubblicità e dal design, crescendo, ho dovuto mettere insieme solo i pezzi.


© Andrea Tascino - Nunau


Quali sono i tre film che ti hanno cambiato la vita?

Arancia Meccanica, forse mi ha insegnato la geometria visiva e la ricercatezza nei particolari, Voglia di Vincere (teenwolf) forse mi ha insegnato a credere in me stesso, Il Padrino la saga forse l’onore ed il rispetto, ovviamente guardandolo dal punto di vista romantico.

 
Hai la macchina del tempo a disposizione, dove e in che epoca decidi di viaggiare?

Non tanto lontano, nel passato negli anni 80’ ma da adulto (io sono dell’84) per la musica i vestiti, la genuità delle persone, nel futuro invece mi circa 500 anni per vedere l’evoluzione, se ci sarà, se ci saremo.


© Andrea Tascino - Nunau


Devi spiegare il tuo lavoro a una persona del 1800, cosa gli dici?

Dilettissimo Marchesino di Villalta, lo sa che lo calzolaio sta attaccando un’etichetta rossa alle sue scarpe in modo che elle siano uniche ed indistinguibili alle genti. Va bene così?

 
Cosa dobbiamo aspettarci da te? Progetti futuri?

Finche avrò passione per questo lavoro continueremo a cercare di portare il futuro nel nostro presente, da poco ci stiamo affacciando al mondo software e delle app per lanciare qualche progetto nostro, speriamo, vincente.

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