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28.03.2019 # 5233
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Daria La Ragione // 0 comments

Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Blog! di Daria La Ragione

Apple tv arriverà in autunno, e per annunciarlo fa le cose in grande.

Stavo giusto lamentandomi di quanta brutta pubblicità io stia vedendo in questi giorni, quando finalmente sono inciampata in questo commercial con cui la casa di Cupertino ha deciso di annunciare l’arrivo del suo ultimo progetto. https://www.apple.com/it/tv/


Non sono tanto, o soltanto, i grandi personaggi chiamati a parlare del proprio lavoro. È quella capacità eccezionale che Spielberg, J.J. Abrams, Sofia Coppola, Ron Howard, M. Night Shyamalan hanno di raccontare una storia , soprattutto quando è la storia di come nasce un film.


Ed è un racconto, questo commercial, che rispetta tutti i canoni dello schema classico del cinema americano e se avete letto il manuale di sceneggiatura di Syd Field ne ritroverete (facendo le dovute proporzioni rispetto alle tempistiche), i passaggi fondamentali.

  




Una partenza tranquilla, razionale ma non del tutto, che cresce non appena arriva il promo colpo di scena: nasce un’idea, qualcosa la mette in moto, arriva come un’intrusa, è evocata da un’immagine, fa scattare la molla della curiosità.

Cominciamo a emozionarci. Questi grandi artisti ci raccontano la fatica, l’impegno di scrivere e riscrivere il loro film e, mentre lo fanno, sono sempre più partecipi e noi con loro.

E poi arriva il momento dell’azione, arrivano gli attori con il loro tripudio di sentimenti, motivazioni, stupore e meraviglia. Poi le maestranze che allestiscono il set e tutta questa gente dipende da loro, dai registi: tutto questo peso, questa responsabilità cresce sempre di più e ci coinvolge, ci accelera i battiti ci porta via come una lunga ma velocissima salita in cima alla quale troviamo lei: la magia del cinema, e inizia la discesa.

«essere coinvolti nella vita di un altro, ecco cosa dovrebbe essere una storia. Una storia dovrebbe farti dimenticare quello che ti circonda, dovrebbe farti dimenticare i tuoi impegni, la tua giornata e magari te stesso».

L’avete guardato questo spot?

Vi ha emozionati?

Vi ha fatto dimenticare, almeno per un attimo, i vostri impegni, la vostra giornata, voi stessi?

Dite grazie ad Apple TV allora, e magari a Syd Field.




26.03.2019 # 5231
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Daria La Ragione // 0 comments

Breve storia della campagna elettorale che cambiò tutto

Blog! di Daria La Ragione

Il 2019 sarà un anno costellato di appuntamenti elettorali per gli italiani: regionali, europee, comunali (tralasciando le primarie) e, come sempre accade, saremo assediati da tribune politiche, manifesti (troppo spesso affissi abusivamente) e messaggi meno espliciti e forse proprio per questo anche più efficaci.

I talk show ci hanno abituati da molto tempo, ormai, a sentir citare sondaggi che affermano che italiani pensano, vogliono, hanno paura di una cosa, del suo opposto, di tutt’alro. Tutti sembrano avere chiare le idee molto chiare, pochi si preoccupano di darci quelle due o tre informazioni indispensabili per interpretare un sondaggio: quale domanda è stata formulata, come e a chi. È fin troppo ovvio che chiedere a qualcuno se è favorevole o contrario allo ius soli è diverso dal chiedergli se teme che un eccesso di immigrazione renderà meno sicure le città.

Ma quando è iniziato questo uso dei sondaggi?

Era il 1952 quando Rosser Reeves, manager dell’agenzia Ted Bates e teorico della USP - Unique Selling Proposition, decise di assumere l’incarico della campagna elettorale di Dwight Eisenhower.

Quella campagna passò alla storia per tre motivi: innanzitutto costò ben 2 milioni di dollari, una cifra mai spesa prima e che segnò la svolta nella comunicazione politica americana. Inoltre, fu la prima campagna nella storia delle elezioni presidenziali in cui vennero utilizzati degli spot tv.

Si trattava di spot molto ben costruiti in cui il (futuro) presidente Eisenhower rispondeva a cittadini molto preoccupati, spiegando loro quali soluzioni proponeva ai problemi che li angosciavano. EISENHOWER ANSWERS AMERICA era il claim della campagna che portò il generale alla presidenza degli Stati Uniti.











Come furono scelti i quesiti da affrontare?

Fu proprio questo il secondo motivo per cui questa campagna è entrata nella storia della comunicazione politica (e non solo). Per la prima volta infatti, Reeves commissionò a George Gallup un sondaggio per far emergere quali questioni fossero sentite come più urgenti dai cittadini americani: per l’appunto la corruzione dell’amministrazione, il prolungarsi della guerra in Corea, l’inflazione. E su quelle focalizzò tutta la campagna.

Quindi, se oggi i sondaggi vengono usati come arieti lanciati contro le opinioni altrui, possiamo ringraziare le buone anime di Reeves e Gallup.


Non furono però solo questi gli spot pensati per la campagna di Ike (nomignolo con cui veniva affettuosamente chiamato Eisenhower), ce ne fu uno il cui jingle fu scritto dal fratello di Walt Disney, che trasformò lo slogan “i like Ike” in un motivo di quelli che ti entrano in testa e non ti lasciano più: un esempio di quella strategia, che qualche anno dopo farà la fortuna di Jacques Seguela, che consiste nel trattare anche il politico come un prodotto da vendere.



20.03.2019 # 5230
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Daria La Ragione // 0 comments

Chipotle - il fast food di qualità e dal volto umano

Blog! di Daria La Ragione

Chipotle Mexican Grill Inc è una catena di ristorazione statunitense, una sorta di fast food di qualità che ha fatto una dichiarazione programmatica in base alla quale si impegna a servire cibo di qualità, con verdure biologiche e carni di animali cresciuti in modo naturale.


In linea con questo intento, è stata lanciata in questi giorni una campagna multisoggetto ideata e realizzata da Venables Bell + Partners: si tratta di quattro brevi spot in cui i cuochi dell’azienda raccontano il loro lavoro e cosa significhi per loro: fare le cose bene, metterci passione, amore  sembra essere il fil rouge che unisce queste interviste. Ed è questa la cosa davvero interessante: si racconta il cibo, ce lo mostrano e ci dimostrano che non ci sono ingredienti di dubbia origine, tutto è fresco, tutto è preparato giorno per giorno.


 


 


 

 



 



 

Ma il messaggio davvero interessante, quello che richiede una seconda lettura un po’ più approfondita, riguarda la scelta di raccontare i valori aziendali attraverso lo sguardo, le parole, le mani delle persone che ci lavorano.

Non è scontato. Ma diventa intelligente e indispensabile se il tuo brand si propone di offrire un’esperienza “umana”, in termini di qualità del cibo, ma anche di ritmo che scandisce il pasto: veloce sì, ma a misura d’uomo; genuino come l’approccio di chi ci lavora e “si fa i muscoli” preparando guacamole, si identifica con ciò che prepara (good food, good person), si sforza di fare del proprio meglio, rifiuta le scorciatoie.

Tutti questi elementi, questi valori, vengono trasferiti dai dipendenti al brand e contribuiscono a creare un clima di fiducia. Un po' come accade con i testimonial, solo che questa volta il testimonial non è un personaggio famoso, e non è nemmeno qualcuno che rappresenta il livelli dirigenziali dell'azienda: sono quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, quelli più vicini a te, quelli che incontri, che riconosci e di cui ti puoi fidare di più, perché pensa che hanno meno da guadagnarci a dire una bugia.



Note a margine
Nota 1: dal 1998 al 2006 McDonald’s ha fatto parte della società, salvo poi uscirne del tutto.
Nota 2: esiste un ristorante Chipote Mexican Grill anche a Napoli. Ma è Napoli in Florida (USA)

15.03.2019 # 5229
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Daria La Ragione // 0 comments

Friday For Future

Blog! di Daria La Ragione

15 anni, le guance piene e uno sguardo molto molto determinato: se oggi in tutto il mondo – oltre 2052 le città in cui sono previsti i cortei –gli studenti scendono nelle piazze per chiedere ai governi di affrontare e risolvere la questione dei cambiamenti climatici, buona parte del merito è suo. 

Li abbiamo visti sfilare questa mattinata per il Friday For Future: dalle elementari in poi, studenti di ogni ordine e grado ci guardavano sui balconi gridando “Scendi giù, scendi giù, manifesta pure tu” ed erano bellissimi.

Una piccola rivoluzione che ha già portato molti frutti, di cui il più importante non è, come potrebbe sembrare, di aver tematizzato la questione ambientale, costringendo i media a portarla finalmente in prima pagina, come una questione non più rimandabile.

No, il più importante è aver dato a tutti questi studenti la percezione di poter influire sul proprio futuro: avranno tempo per capire che le bottiglie di plastica da cui bevevano, gli abiti che indossavano, gli snack monodose che mangiavano, sono parte del problema. E sarà compito degli insegnanti e, ancora una volta, dei mass media educarli a comprendere quanto è complesso il problema del clima e quanto è intimamente intrecciato con questione economiche e sociali che fanno da ancora, da freno che blocca la volontà dei governi di intervenire.


Ma è stato lanciato un sasso, da una 15enne svedese, ed è diventato una valanga. 

E questa immagine di ragazzi sorridenti, allegri e serissimi nel chiederci di farci carico della soluzione di un problema che non può aspettare loro (sarà già tardi quando saranno cresciuti), questa immagine dicevo ha la forza che le tante pubblicità sull’argomento non hanno: è carica di speranza.


A seguire una gallery di annunci stampa e commercial delle maggiori associazioni internazionali che si muovono a difesa dell’ambiente – Greenpeace, WWF, Sea Shepherd – alcuni più emozionanti, altri che fanno riflettere, ma nessuno di questi centra fino in fondo il punto: il bisogno che ognuno di noi ha  di sentirsi parte della soluzione, oltre che del problema. 


 



 


 



 







Suscitano paura, rabbia, sdegno, dolore e lasciano sempre fuori la speranza, dimenticando che gli esseri umani sono assai bravi a difendersi dai sensi di colpa. Questa volontà di aggredire i sentimenti del target, rende quasi inevitabilmente inefficaci queste azioni e ci ricordano che il vero problema di qualunque campagna sociale è fare breccia in un’armatura di atteggiamenti e pregiudizi e un filo spinato di autodifese.

Poi ti affacci al balcone, ti viene voglia di scendere a manifestare e ti rendi conto che nel tuo personale carnet di donne che hanno cambiato il mondo c’è una figurina nuova, ha 15 anni, le guance piene e uno sguardo molto molto determinato.

14.03.2019 # 5223
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Paolo Falasconi // 0 comments

Carolyn Jenkins, illustratrice del XXI secolo senza Photoshop

Si può restare al centro della scena nel settore dell'illustrazione senza usare nessun software di fotoritocco o di illustrazione, con la certezza che occorrerà non meno di un mese per completare l'opera?

Può sembrare strano che in un’epoca in cui i software grafici sono capaci di riprodurre tecniche artistiche con una fedeltà quasi totale allo strumento reale, ci siano persone che si cimentano con pennelli, tele e colori in pastiglie o tubetti per realizzare opere che nascono per scopi commerciali, come illustrazioni per commercial advertising, cataloghi o altro.

Si potrebbe immaginare che il mercato della comunicazione, in costante marcia accelerata verso l’obiettivo del “miglior risultato nel minor tempo” abbia già catalogato questo genere di collaborazione come “estinta“, cioè insostenibile economicamente, incompatibile con le esigenze di instant marketing di un prodotto che spesso ha una durata programmata di una manciata di giorni, forse un mese.

Non è così. Ho conosciuto il lavoro di Carolyn Jenkins per caso, e mi sono imbattuto nelle sue illustrazioni con la convinzione che avesse acquisito una tecnica al computer sofisticatissima e accurata salvo poi, approfondendo il suo lavoro e la sua storia, scoprire che i suoi lavori sono acquerelli botanici che spesso includono dettagli sconvolgenti e nascono –rullo di tamburi– da un pennello, acqua, colore.

Carolyn dipinge con accuratezza scientifica e incredibile pazienza. Essendo specializzata in botanicals il suo lavoro è popolare con clienti come Estée Lauder, Diageo e Crabtree & Evelyn, dipingendo ingredienti per tutto, dalla crema idratante al gin.

Considerato che per dipingere una tavola di 25 x 25 cm occorre mediamente un mese di lavoro viene da chiedersi cosa spinge un’azienda a rivolgersi ad una professionista come lei. Ebbene, talvolta nel rappresentare qualcosa specie quando si tratta di un soggetto botanico l’esigenza è che tutto quel che è importante sia messo in evidenza.
Paradossalmente, nessuna fotografia può fare questo, né un abile lavoro di manipolazione in photoshop.

Il risultato finale è sempre il frutto di un mix di elementi, alcuni fedeli alla realtà, altri ingranditi, evidenziati, posizionati in maniera tale da restituire l’immagine compiuta del soggetto come lo si vuole raccontare e non come appare nella realtà e, per ottenere questo, è necessaria una competenza che va oltre il fatto artistico per abbracciare per esempio conoscenze di botanica e una grandissima capacità di osservazione per cogliere tutte le sfumature che la natura sa offrire.

Il lavoro che l’ha impegnata di più, ça va sans dire, è una collaborazione per una mostra del RHS (Royal Horticultural Society) un compendio di tutta la tecnica e le conoscenze botaniche applicate con il massimo rigore, che le è valsa una medaglia d’oro dalla stessa Società.

14.03.2019 # 5222
Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Federica Cerami // 0 comments

La necessità dell’arte. Il visionario lavoro di Yayoi Kusama

in un film straordinario L'artista quasi novantenne Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni

“Infinity”, il documentario della visionaria artista giapponese Yayoi Kusama, è arrivato in Italia.

Dal 4 marzo è possibile immergersi nell’incredibile mondo creativo della Kusama, attraverso la visione di questo film che, utilizzando materiali d’archivio e interviste recenti, riesce a raccontare con efficacia la sua parabola artistica dagli inizi al successo internazionale.

“Nonostante sia ormai famosissima per la sua parrucca rossa e i suoi pois colorati, ho pensato che far conoscere anche il lato oscuro della sua storia personale potesse aiutare a trasmettere al pubblico quella parte della sua vita e della sua persona onde evitare che venisse dimenticata. Volevo che chiunque sapesse che quella di Kusama è la storia di una pioniera, che ha dovuto superare il sessismo, il razzismo e la malattia mentale, per perseguire il sogno di essere un’artista”, ha dichiarato la regista Heather Lenz.

Quest’anno la Kusama compirà 90 e di certo si può affermare che sia una delle artiste più conosciute e amate al mondo.

Il cammino verso il suo successo, perà, non è stato né breve né facile: cresciuta in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale in una famiglia che scoraggiava e dileggiava le sue ambizioni creative, anche dopo il trasferimento a New York dovette lottare a lungo.

Contro un mondo dell’arte sessista e razzista, ma anche contro la propria malattia mentale, che l’ha portata, nel 1977, a trasferirsi in maniera permanente e volontaria in un ospedale psichiatrico di Seiwa in Giappone.

La mia opera si basa sulla trasposizione, in arte, dei miei problemi psicologici. Ossessione. L’accumulo è il risultato della mia ossessione. E questa filosofia è il tema centrale della mia arte”, spiega l’artista all’inizio di questa clip tratta dal film. E in poche parole riassume il cuore di una ricerca in cui arte e vita diventano inscindibili, supportandosi e salvandosi l’un l’altra.
È proprio all’interno del suo vissuto più remoto che possiamo trovare la chiave interpretativa del suo percorso artistico. Fin da piccola soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni plurime dovute a perpetrate violenze domestiche.

Durante una crisi giovanile, il motivo a fiori rossi di una tovaglia da tavola comincerà a riprodursi all’infinito nella stanza, popolando da allora in poi il suo universo in modo ossessivo. Pois e fiori giganti, reti, protuberanze molli e forme falliche.

Sarà la riproduzione, la moltiplicazione e l’aggregazione ossessiva di questo ristretto vocabolario di forme la firma stilistica delle sue opere.

Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni come mezzo per dominarle, convertendo questa proliferazione minacciosa in una via di salvezza e fuga verso un’entropia liberatoria. L’intento della sua arte è quello di condurre un’indagine sul concetto di percezione del cosmo e di infinito, oltre che un inno alla bellezza della vita.

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