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28.02.2019 # 5214
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Daria La Ragione // 0 comments

Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Blog! di Daria La Ragione

Font For Freedom è un progetto di Report senza Frontiere per tenere viva la memoria dei quotidiani censurati e soppressi nel corso del 2018.

Un progettista che ha fatto grandi e belle cose in Italia e che ha scritto la storia della nostra (e non soltanto) grafica, Albe Steiner scriveva che:



Il grafico di fronte al pubblico ha una grande responsabilità. Il grafico che si rispetti deve ritirarsi quando capisce che il prodotto è scadente. 

Può influire negativamente sullo sviluppo di un bambino, per esempio, o sullo sviluppo culturale della gente. 

Albe Steiner, Il Mestiere del grafico, Einaudi, Torino, 1997. 


Si tratta di una posizione politica, nel senso più ampio del termine: ha a che vedere con la capacità di sentirsi partecipi della società anzi, protagonisti ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità.


Mi è tornata in mente questa citazione guardando Fonts for Freedom, lo spot di Reporter Without Borders realizzato da Serviceplan e on air in questi giorni in Germania.

Più che lo spot in sé, colpisce l’operazione che racconta: in primo luogo ci informa che nel corso del 2018 molti quotidiani sono stati soppressi, spesso per censura.

  




L’associazione di Report Senza Frontiere ha voluto trovare un modo per far sì che questi giornali pur non essendo più pubblicati, venissero comunque ricordati: sono stati ricostruiti i font con cui erano impaginati nove di queste pubblicazioni, e sono stati forniti ai più diffusi quotidiani nazionali, che li hanno usati per un giorno al posto dei propri, raccontando ai lettori il progetto FFF (che fa il verso al formato .tff che è quello utilizzato dai computer per i font).


A fare da sfondo a questa campagna la visita di Erdogan in Germania, alla fine dell’estate 2018, dal momento che il premier turco – che è stato accolto da manifesti scritti con i font dei quotidiani che aveva soppresso – si è reso protagonista di un’opera di repressione che non eravamo più abituati a vedere alle porte dell’Europa.


Per aiutare a ricordare giornali e giornalisti la cui voce è stata spenta, molti altri font sono stati resi disponibili sul sito dell’iniziativa e la campagna ha coinvolto 132 paesi e generato oltre 2.7 milioni di interazioni. Senza dubbio un successo e la dimostrazione che la grafica può davvero avere un ruolo di promozione sociale.


Resta però sospesa una domanda cui difficilmente sapremo dare una risposta: ricordare è salvare?


26.02.2019 # 5212
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Daria La Ragione // 0 comments

Nike, Dream Crazier - le donne dello sport agli Oscar

Blog! di Daria La Ragione

Se siete amanti delle pubblicità che fanno emozionare, Dream Crazier ha tutti gli ingredienti per entrare nel vostro cuore: 

un grande cliente, Nike, che da qualche anno ha lasciato il filone “fenomeni esibizionisti” per puntare decisamente sul tema della sfida;

un’agenzia – Wieden + Kennedy – di quelle che sanno come fare le cose per bene e come giocare il gioco più antico (ed efficace) della pubblicità: prendere un luogo comune e ribaltarlo;

un tema di grande attualità come quello della dimensione femminile nel mondo sportivo.


È un percorso che la pubblicità percorre ormai da anni, raccontando un mondo femminile combattivo e grintoso, che si confronta con il giudizio (non soltanto maschile) a testa alta e va dritto per la sua strada.

  



Dream Crazier è un crescendo che parte dai tanti aggettivi con cui vengono etichettate le donne dello sport: melodrammatiche se manifestano le proprie emozioni, fuori di testa se competono con gli uomini, e se sognano pari opportunità sono deliranti, squilibrate se tengono il punto, e poi isteriche, irrazionali ma soprattutto sono PAZZE.

E in questa prima parte del commercial le immagini ci raccontano soprattutto lotta, battaglia, fatica.




Finché arriva la svolta, perché CRAZY diventa un valore, diventa un’etichetta positiva da associare a quei comportamenti che permettono di compiere grandi imprese, gesta eroiche e alle piccole o normali atlete delle prima parte, fanno ora da contraltare professioniste e grandi (cioè riconosciute) donne dello sport: come sua maestà Serena Williams, capace di vincere 23 grandi Slam, avere un figlio e poi tornare a vincere ancora! Una pazzia solo a pensarci.




A questo punto la voce narrante utilizza una figura retorica tra le più sfruttate in pubblicità (e non è un caso, perché è una delle più efficaci): l’apostrofe, che è quella costruzione con cui ci si rivolge direttamente allo spettatore (come il classico I Want You dello Zio Sam). E adesso che parla a noi, le immagini tornano a essere quelle di giovani sportive, che hanno davanti a loro una storia, o la storia, tutta scrivere, con un messaggio semplice e potente: «se vogliono darti della pazza, ok: fagli vedere cosa può fare una pazza!»



19.02.2019 # 5202
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Daria La Ragione // 0 comments

The Check Out Suite: il digital detox formato famiglia

Blog! di Daria La Ragione

Ci sono diverse buone ragione per parlare di The Check Out Suite, il commercial dell’agenzia svedese Stendahls per la società Länsförsäkringar Alliance.



In primo luogo, dal punto di vista creativo si tratta di un’idea semplice e molto intelligente: creare uno strumento che avvisi le persone di quanto tempo stanno trascorrendo guardano lo schermo dello smartphone, in situazioni – a casa, in vacanza, etc. – in cui potrebbero scegliere di fare altro.

Perché funziona? Perché, come fa notare un copy molto ben scritto, nella realtà esistono segnali che ci dicono che un’esperienza si è conclusa – un libro, prima o poi, finisce – invece internet non ha mai fine, non ci segnala da quanto tempo non alziamo lo sguardo dallo smartphone.


Dunque l’agenzia ha inventato una lampada: si chiama Skärmfri™ (Screen-free) e se si supera un tempo limite senza staccarsi dal telefono o dal tablet, diventa rossa, avvisando che è il momento di smettere.

Ma la vera idea è un’altra: the chek out suite infatti è una stanza d’albergo in cui la moneta è costituita dal tempo. Quanto più tempo di resta connessi, tanto più si paga il soggiorno in hotel, al punto che chi decide per una giornata di digital detox può anche non pagare affatto.



 



Qual è l’altro motivo per cui bisogna fermarsi un attimo a parlare di questa operazione?

Soffermiamoci sull’azienda: Länsförsäkringar  è di fatto una cooperativa di 23 compagnie assicurative regionali, di proprietà dei clienti stessi, che in questo modo combinano la capacità di una piccola azienda di adattarsi ai propri clienti, con la forza di una grande azienda.  È l’assicurazione “fatta dalle famiglie per le famiglie”.

Per questo è credibile e coerente che Länsförsäkringar voglia portare avanti un discorso di responsabilità sociale, aiutando adolescenti e famiglie a raggiungere uno stato di “salute digitale”: insomma un rapporto maturo ed equilibrato con una tecnologia sempre più invadente.


E infatti sono proprio le famiglie le protagoniste del commercial che racconta l’esperienza della check out suite, con un linguaggio semplice, a volte quasi ovvio, che però non manca di raggiungere il bersaglio.

Si parte con immagini in bianco e nero, sguardo di una persona estremamente giovane, sguardo triste (vuoi perché davvero triste, vuoi per l’effetto Kulesov), mentre il testo spiega quanto sia diffusa la digital addiction. Poi arriva il colore: una lampada che diventa rossa, bambini che corrono allegri nella stanza d’albergo, gli stessi bambini quasi spenti con le teste chine sugli smartphone, e poi di nuovo un’atmosfera rilassata e piacevole quando tutti i telefoni sono stati allontanati e ci si guarda di nuovo faccia.


Una narrazione ai limiti del banale, che però funziona e ha il grande pregio di dire ciò che deve con grande chiarezza, e di raggiungere il proprio target andando a rafforzare l’immagine del brand: un’azienda che appartiene alle persone e che ha a cuore la vita delle persone.

14.02.2019 # 5195
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Daria La Ragione // 0 comments

Gallery: le pubblicità che celebrano San Valentino

Blog! di Daria La Ragione

Puntuale come ogni anno arriva la festa degli innamorati.

C'è chi è ben contento di celebrarla e chi ne farebbe volentieri a meno. Tra i primi non c'è dubbio alcuno che ci siano le aziende, che approfittano di questa occasione per parlare al cuore (e al portafogli) delle coppie e di chi in coppia non c'è ma vorrebbe esserlo.

La pubblicità festeggia San Valentino sempre con grande entusiasmo, a volte con smielatezza, altre con ironia, qualche volta approfittando dell'attenzione sul tema dell'amore per un discorso più serio e importante.

Ecco una piccola gallery di spot che raccontano tante sfaccettature diverse dell'amore così come lo vede la pubblicità.


Per esempio Wilkinson punta su un'installazione per parlare al cuore delle coppie anzi, più che al cuore, alle guance: siamo a Parigi, è il 2013, e JWT decide di raccontare così l'importanza di dare attenzione alle persone che amiamo: dolce, romantico, spiritoso ma con moderazione.

 



Meno romantico ma molto più divertente il San Valentino di Gilette Venus, che con queste due campagne torna a parlare di amore e rasoi, ma mostrandoci l'alto del cielo e gli inconvenienti di presentarsi irsute al proprio amore.

L'efficacia della campagna si misura tutta qui: in un dialogo schietto e divertente rivolto alle donne senza bisogno di preamboli.
L'agenzia è la divisione moscovita di Ogilvy & Matter, siamo nel 2011, e queste campagne sono ancora attualissime e divertenti.

 


 



Vi ricordiamo infine che San Valentino è la festa degli innamorati, non dei fidanzati. Quindi può festeggiarla chiunque.

Per esempio, chi ama il calcio quest'anno potrà consolarsi come i protagonisti di questo commercial, che ci ricorda che essere single non è triste affatto, ma che se vogliamo un'anima gemella match.com è lì per noi.

Siamo nel 2016, l'agenzia è la francese Buzzman

 



Molto suggestiva, quasi un pugno nello stomaco questa campagna sociale del 2018, di BBDO Israel, in occasione della festa ebraica dedicata agli innamorati.

Inizia in sordina e sembra il classico commercial con le idee ingenue e delicate dei bambini sull'amore: «come fai a sapere che mamma e papà si amano?» e via risposte divertenti come nella migliore tradizione.
Poi ai bambini fanno da contraltare gli adulti: sono donne, figlie di altre donne che sono state uccise da mariti e compagni, una ogni tre giorni in Israele. In Italia abbiamo coniato un nome, femminicidio, ma è evidente che il problema è tristemente globale. In questo caso sono stati raccolti fiori dalle tombe delle donne uccise dai loro uomini, e sono stati consegnati a membri del parlamento, perché è abbastanza chiaro che il problema richiede una soluzione civile e istituzionale.

 




07.02.2019 # 5182
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Francesco Pontolillo // 0 comments

Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

La mega libreria di modelli fotorealistici Quixel, Megascan, continua a far parlare, grazie al suo costante utilizzo ed a due nuovi software:

Chi è cresciuto negli anni 80/90, di sicuro ricorderà con nostalgia i vari videogame, al tempo ai loro albori, con le melodie macchinose, qualche bit di informazione grafica, tanta giocabilità e a volte livelli di difficoltà che rasentavano l’impossibile.


Mai si sarebbe pensato allora che dopo poco più di 30 anni, i videogame potessero assumere tanta complessità, sia dal punto di vista grafico che di gameplay, come oggi appaiono ai nostri occhi.


Se tutto ciò è accaduto e continuerà a mutare in meglio, lo dobbiamo a tanti sviluppi tecnologici ed alla capacità e spirito di innovazione che hanno mosso tante persone in questo settore.


Ricordiamo che “fare un videogioco” oramai non vuol dire più creare un prodotto per pochi nerd, solo per Hobby.


Quella che viene definita infatti “l’ottava arte”, ha incassato globalmente nel 2018, come industria, ben 137 miliardi di dollari.


Cifre di tutto rispetto, che di fatto rendono questo settore, una parte imprescindibile dell’economia globale, garantendo fortuna alle nazioni di cui sono originarie le maggiori software house.


I videogiochi di ultima generazione del resto riescono a ricreare atmosfere, storie e personaggi con una profondità uguale se non superiore al cinema. Ed anche se questa affermazione possa far sbuffare intellettuali e signori sulla quarantina, è una mera constatazione dell’effetto dell’interattività, che rende l’esperienza videoludica, più immersiva e coinvolgente, di qualsiasi esperienza visiva passiva, anche se d’autore.


Molto lo fa del resto, una grafica sempre più curata e realistica, che permette di dare vita a veri e propri mondi virtuali. Ma come è possibile per team a volte anche molto esigui (vedi questo articolo su HellBlade: http://www.ilasmagazine.com/2017/08/31/hellblade/ )


riuscire a ricreare simili complessità visive.


E’ merito dell’innovazione e delle nuove tecnologie cui accennavamo qualche riga più in alto.


Esempio forse massimo di questo trend è Megascan.



Megascan è una sorta di libreria di asset scansioni meticolosamente, scalati e calibrati, in modo da poter avere ogni singola mesh con topologia UV e livelli di dettaglio già perfettamente ottimizzati e quindi pronti per l’uso

Frutto di ben 5 anni di lavoro di scansioni, a detta del senior environmental artist di Dice (Electronic Arts); “Megascan è la sola ed unica libreria di asset di alta qualità sul mercato. Megascan è stata utilizzata durante la produzione di Battlefield V, per portare una qualità extra, impostare gli ambienti ed aumentare la fedeltà visiva complessiva”.

Megascan non è solo utilizzabile nel campo videoludico. Ciò che questa libreria mette a disposizione, sono modelli, geometrie 3D utilizzabili per VFX, ArchViz, Commercials, Automotive e persino mobile e applicativi in VR e AR. In tal senso oltre alla libreria di modelli, Quixel ha realizzato “Bridge” per permettere di connettere gli asset di Megascan alla maggioranza di software ed Engine presenti sul mercato.

Con Quixel Bridge, uscito come estensione di Megascan nel 2018, basta un click per poter importare nel proprio software di utilizzo, un asset pronto per essere renderizzato. Non solo, con Bridge è inoltre possibile gestire opzioni extra per velocizzare a procedura di lavoro, grazie ad esempio allo scattering, fusione di multi materiali, simulazione dinamica dei prop di scena e tanto altro.

Il tutto ovviamente è reso estremamente flessibile in base alle esigenze di produzione: molte volte la necessità di creare un ambiente particolare, legato a motivi di regia o narrazione, porta con se l’imperativo di dover modificare quanto contenuto nelle librerie in virtù di questi aspetti. Ecco quindi che il “consueto” lavoro del modellatore, texture artist e scultore, appaiono fondamentali.

E Quixel ha pensato anche a questo con il suo terzo software, “Mixer” con il quale è possibile utilizzare strumenti di texture painting, modifica materiali, blending e masking, così da ricreare tutto ciò di cui potremmo avere bisogno in produzione.


Le librerie di Quixel Megascan sono in costante evoluzione aggiungendo nuove scansioni, materiali e texture “production-ready” quasi ogni mese.

Per chi volesse testare le potenzialità di Megascan, è possibile iscriversi ad un Free-Trial di 30 giorni e scaricare tutta una serie di asset gratuiti con cui sperimentare la qualità e la resa raggiungibile.

Il link per farlo registrarsi è: https://quixel.com/signup

Il link per visionare l’asset gratuito è : https://quixel.com/megascans/library/free


07.02.2019 # 5179
Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Federica Cerami // 0 comments

RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

RVM, il magazine su carta dedicato alla fotografia, al suo secondo numero, si lascia ispirare dal bianco

Oggi parliamo di una nuova rivista che entra nel mercato dell’editoria indipendente con grande coraggio e piena di stimoli interessanti a cominciare dai colori.


Dopo il ritorno di Rvm Magazine con il Red Issue, infatti, la rivista di fotografia e altre narrazioni edita da RVM Hub, presenta il White Issue, suo secondo numero, interamente dedicato al colore bianco.


Il bianco è leitmotif della rivista, attraverso il quale la redazione porta avanti il lavoro di commistione tra fotografia documentaria e altre forme espressive, a partire dall’artwork di copertina realizzato da Sunday Büro, studio grafico con il quale prosegue la loro collaborazione.


Nella rivista/libro insieme ai cinque Projects, ci sono quattro nuovi racconti ispirati dal lavoro dei fotografi, dai quali prendono le mosse per poi assumere una propria indipendenza e autorialità.


Ad aprire il White c’è una nuova rubrica, Bridges, che fa da collante tra il numero in corso e il successivo. Richiami cromatici e giochi visivi sono gli elementi cardine attorno ai quali si presenta un assaggio del lavoro Variation of White di Miia Autio.

Molte le tematiche differenti affrontate dai cinque progetti fotografici selezionati, che vanno dal suprematismo bianco raccontato da Marc Asnin, al rituale dell’allattamento colto da Vincent Ferrané, passando per “esposizioni” fotografiche e non solo di Kazuma Obara, arrivando ai racconti del popolo della notte in Cina di Feng Li e concludendo con la scoperta dei pescatori del Kazakistan di Aleksey Kondatryev.


Altrettanto vari, negli stili e nei mondi nei quali ci conducono, sono i lavori dei cinque autori coinvolti: a partire dalla graffiante spoken word del rapper Kento e proseguendo con i racconti di Elisabetta Bucciarelli, Carola Susani, Luciano Funetta e Vanni Santoni.

Anche per quanto riguarda le rubriche, il nuovo numero porta qualche novità, oltre a confermare quelle già presenti. Tra queste The Observatory – rubrica nata dalla collaborazione tra Rvm e Limes (prestigiosa rivista di geopolitica) – nella quale Dario Fabbri parla dell’impoverimento della classe media in USA e Matt Black lo racconta per immagini e Slivering Out, rubrica di interviste di Cat Lachowskyj, che dialoga con Ester Vonplon.


L’approfondimento continua con altri contributi: David Campany con In Whitespective ci parla di conoscenza e illuminazione, attraverso le immagini sovraesposte dei paesaggi urbani di Andreas Gefeller; Clement Saccomani ci svela, per Hidden Archive, gli ultimi provini di Stanley Greene; Alessandra Piolotto prosegue il suo atlante figurativo della memoria, Photo Trouvée, con due scatti legati a luoghi tanto distanti, quanto simili, le Dolomiti italiane e la Dancalia.


In Review, infine, Giulia Zorzi recensisce Gulu Real Art Studio di Martina Bacigalupo, progetto sull’identità sottratta a un popolo. In chiusura, con The Image After – rubrica di cinema e fotografia di Alessia Moretti – ci ritroviamo a caccia di fantasmi.