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07.02.2019 # 5182
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Francesco Pontolillo // 0 comments

Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

La mega libreria di modelli fotorealistici Quixel, Megascan, continua a far parlare, grazie al suo costante utilizzo ed a due nuovi software:

Chi è cresciuto negli anni 80/90, di sicuro ricorderà con nostalgia i vari videogame, al tempo ai loro albori, con le melodie macchinose, qualche bit di informazione grafica, tanta giocabilità e a volte livelli di difficoltà che rasentavano l’impossibile.


Mai si sarebbe pensato allora che dopo poco più di 30 anni, i videogame potessero assumere tanta complessità, sia dal punto di vista grafico che di gameplay, come oggi appaiono ai nostri occhi.


Se tutto ciò è accaduto e continuerà a mutare in meglio, lo dobbiamo a tanti sviluppi tecnologici ed alla capacità e spirito di innovazione che hanno mosso tante persone in questo settore.


Ricordiamo che “fare un videogioco” oramai non vuol dire più creare un prodotto per pochi nerd, solo per Hobby.


Quella che viene definita infatti “l’ottava arte”, ha incassato globalmente nel 2018, come industria, ben 137 miliardi di dollari.


Cifre di tutto rispetto, che di fatto rendono questo settore, una parte imprescindibile dell’economia globale, garantendo fortuna alle nazioni di cui sono originarie le maggiori software house.


I videogiochi di ultima generazione del resto riescono a ricreare atmosfere, storie e personaggi con una profondità uguale se non superiore al cinema. Ed anche se questa affermazione possa far sbuffare intellettuali e signori sulla quarantina, è una mera constatazione dell’effetto dell’interattività, che rende l’esperienza videoludica, più immersiva e coinvolgente, di qualsiasi esperienza visiva passiva, anche se d’autore.


Molto lo fa del resto, una grafica sempre più curata e realistica, che permette di dare vita a veri e propri mondi virtuali. Ma come è possibile per team a volte anche molto esigui (vedi questo articolo su HellBlade: http://www.ilasmagazine.com/2017/08/31/hellblade/ )


riuscire a ricreare simili complessità visive.


E’ merito dell’innovazione e delle nuove tecnologie cui accennavamo qualche riga più in alto.


Esempio forse massimo di questo trend è Megascan.



Megascan è una sorta di libreria di asset scansioni meticolosamente, scalati e calibrati, in modo da poter avere ogni singola mesh con topologia UV e livelli di dettaglio già perfettamente ottimizzati e quindi pronti per l’uso

Frutto di ben 5 anni di lavoro di scansioni, a detta del senior environmental artist di Dice (Electronic Arts); “Megascan è la sola ed unica libreria di asset di alta qualità sul mercato. Megascan è stata utilizzata durante la produzione di Battlefield V, per portare una qualità extra, impostare gli ambienti ed aumentare la fedeltà visiva complessiva”.

Megascan non è solo utilizzabile nel campo videoludico. Ciò che questa libreria mette a disposizione, sono modelli, geometrie 3D utilizzabili per VFX, ArchViz, Commercials, Automotive e persino mobile e applicativi in VR e AR. In tal senso oltre alla libreria di modelli, Quixel ha realizzato “Bridge” per permettere di connettere gli asset di Megascan alla maggioranza di software ed Engine presenti sul mercato.

Con Quixel Bridge, uscito come estensione di Megascan nel 2018, basta un click per poter importare nel proprio software di utilizzo, un asset pronto per essere renderizzato. Non solo, con Bridge è inoltre possibile gestire opzioni extra per velocizzare a procedura di lavoro, grazie ad esempio allo scattering, fusione di multi materiali, simulazione dinamica dei prop di scena e tanto altro.

Il tutto ovviamente è reso estremamente flessibile in base alle esigenze di produzione: molte volte la necessità di creare un ambiente particolare, legato a motivi di regia o narrazione, porta con se l’imperativo di dover modificare quanto contenuto nelle librerie in virtù di questi aspetti. Ecco quindi che il “consueto” lavoro del modellatore, texture artist e scultore, appaiono fondamentali.

E Quixel ha pensato anche a questo con il suo terzo software, “Mixer” con il quale è possibile utilizzare strumenti di texture painting, modifica materiali, blending e masking, così da ricreare tutto ciò di cui potremmo avere bisogno in produzione.


Le librerie di Quixel Megascan sono in costante evoluzione aggiungendo nuove scansioni, materiali e texture “production-ready” quasi ogni mese.

Per chi volesse testare le potenzialità di Megascan, è possibile iscriversi ad un Free-Trial di 30 giorni e scaricare tutta una serie di asset gratuiti con cui sperimentare la qualità e la resa raggiungibile.

Il link per farlo registrarsi è: https://quixel.com/signup

Il link per visionare l’asset gratuito è : https://quixel.com/megascans/library/free


14.02.2019 # 5195
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Daria La Ragione // 0 comments

Gallery: le pubblicità che celebrano San Valentino

Blog! di Daria La Ragione

Puntuale come ogni anno arriva la festa degli innamorati.

C'è chi è ben contento di celebrarla e chi ne farebbe volentieri a meno. Tra i primi non c'è dubbio alcuno che ci siano le aziende, che approfittano di questa occasione per parlare al cuore (e al portafogli) delle coppie e di chi in coppia non c'è ma vorrebbe esserlo.

La pubblicità festeggia San Valentino sempre con grande entusiasmo, a volte con smielatezza, altre con ironia, qualche volta approfittando dell'attenzione sul tema dell'amore per un discorso più serio e importante.

Ecco una piccola gallery di spot che raccontano tante sfaccettature diverse dell'amore così come lo vede la pubblicità.


Per esempio Wilkinson punta su un'installazione per parlare al cuore delle coppie anzi, più che al cuore, alle guance: siamo a Parigi, è il 2013, e JWT decide di raccontare così l'importanza di dare attenzione alle persone che amiamo: dolce, romantico, spiritoso ma con moderazione.

 



Meno romantico ma molto più divertente il San Valentino di Gilette Venus, che con queste due campagne torna a parlare di amore e rasoi, ma mostrandoci l'alto del cielo e gli inconvenienti di presentarsi irsute al proprio amore.

L'efficacia della campagna si misura tutta qui: in un dialogo schietto e divertente rivolto alle donne senza bisogno di preamboli.
L'agenzia è la divisione moscovita di Ogilvy & Matter, siamo nel 2011, e queste campagne sono ancora attualissime e divertenti.

 


 



Vi ricordiamo infine che San Valentino è la festa degli innamorati, non dei fidanzati. Quindi può festeggiarla chiunque.

Per esempio, chi ama il calcio quest'anno potrà consolarsi come i protagonisti di questo commercial, che ci ricorda che essere single non è triste affatto, ma che se vogliamo un'anima gemella match.com è lì per noi.

Siamo nel 2016, l'agenzia è la francese Buzzman

 



Molto suggestiva, quasi un pugno nello stomaco questa campagna sociale del 2018, di BBDO Israel, in occasione della festa ebraica dedicata agli innamorati.

Inizia in sordina e sembra il classico commercial con le idee ingenue e delicate dei bambini sull'amore: «come fai a sapere che mamma e papà si amano?» e via risposte divertenti come nella migliore tradizione.
Poi ai bambini fanno da contraltare gli adulti: sono donne, figlie di altre donne che sono state uccise da mariti e compagni, una ogni tre giorni in Israele. In Italia abbiamo coniato un nome, femminicidio, ma è evidente che il problema è tristemente globale. In questo caso sono stati raccolti fiori dalle tombe delle donne uccise dai loro uomini, e sono stati consegnati a membri del parlamento, perché è abbastanza chiaro che il problema richiede una soluzione civile e istituzionale.

 




07.02.2019 # 5179
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Federica Cerami // 0 comments

RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

RVM, il magazine su carta dedicato alla fotografia, al suo secondo numero, si lascia ispirare dal bianco

Oggi parliamo di una nuova rivista che entra nel mercato dell’editoria indipendente con grande coraggio e piena di stimoli interessanti a cominciare dai colori.


Dopo il ritorno di Rvm Magazine con il Red Issue, infatti, la rivista di fotografia e altre narrazioni edita da RVM Hub, presenta il White Issue, suo secondo numero, interamente dedicato al colore bianco.


Il bianco è leitmotif della rivista, attraverso il quale la redazione porta avanti il lavoro di commistione tra fotografia documentaria e altre forme espressive, a partire dall’artwork di copertina realizzato da Sunday Büro, studio grafico con il quale prosegue la loro collaborazione.


Nella rivista/libro insieme ai cinque Projects, ci sono quattro nuovi racconti ispirati dal lavoro dei fotografi, dai quali prendono le mosse per poi assumere una propria indipendenza e autorialità.


Ad aprire il White c’è una nuova rubrica, Bridges, che fa da collante tra il numero in corso e il successivo. Richiami cromatici e giochi visivi sono gli elementi cardine attorno ai quali si presenta un assaggio del lavoro Variation of White di Miia Autio.

Molte le tematiche differenti affrontate dai cinque progetti fotografici selezionati, che vanno dal suprematismo bianco raccontato da Marc Asnin, al rituale dell’allattamento colto da Vincent Ferrané, passando per “esposizioni” fotografiche e non solo di Kazuma Obara, arrivando ai racconti del popolo della notte in Cina di Feng Li e concludendo con la scoperta dei pescatori del Kazakistan di Aleksey Kondatryev.


Altrettanto vari, negli stili e nei mondi nei quali ci conducono, sono i lavori dei cinque autori coinvolti: a partire dalla graffiante spoken word del rapper Kento e proseguendo con i racconti di Elisabetta Bucciarelli, Carola Susani, Luciano Funetta e Vanni Santoni.

Anche per quanto riguarda le rubriche, il nuovo numero porta qualche novità, oltre a confermare quelle già presenti. Tra queste The Observatory – rubrica nata dalla collaborazione tra Rvm e Limes (prestigiosa rivista di geopolitica) – nella quale Dario Fabbri parla dell’impoverimento della classe media in USA e Matt Black lo racconta per immagini e Slivering Out, rubrica di interviste di Cat Lachowskyj, che dialoga con Ester Vonplon.


L’approfondimento continua con altri contributi: David Campany con In Whitespective ci parla di conoscenza e illuminazione, attraverso le immagini sovraesposte dei paesaggi urbani di Andreas Gefeller; Clement Saccomani ci svela, per Hidden Archive, gli ultimi provini di Stanley Greene; Alessandra Piolotto prosegue il suo atlante figurativo della memoria, Photo Trouvée, con due scatti legati a luoghi tanto distanti, quanto simili, le Dolomiti italiane e la Dancalia.


In Review, infine, Giulia Zorzi recensisce Gulu Real Art Studio di Martina Bacigalupo, progetto sull’identità sottratta a un popolo. In chiusura, con The Image After – rubrica di cinema e fotografia di Alessia Moretti – ci ritroviamo a caccia di fantasmi.


07.02.2019 # 5178
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Francesco Pontolillo // 0 comments

Elmec 3d- La stampa 3D che aiuta lo sport e gli atleti

La stampa 3d può essere usato per fini meravigliosi.

Sebbene la stampa 3D come tecnologia non sia affatto recente, ma bensì più vecchia della persona che sta scrivendo in questo momento (pensate che è nata nel 1986), è solo negli ultimi anni che sembra prendere definizione ed utilizzo, sempre maggiore.


Si va dalla stampa dei prototipi alla creazione di oggetti di design; da materiale per collezionisti a componenti di ricambio, dalle case, alle protesi medicali.


Ed in questo ultimo campo che la stampa 3D, mostra i suoi risultati più grandi ed encomiabili.


Nel darvene testimonianza oggi parleremo di una vicenda nostrana legata ad una ragazza, Sara Bertolasi, forte atleta ed orgoglio nazionale legato al canottaggio, che vanta decine di convocazioni in nazionale, due partecipazioni alle Olimpiadi, otto ai Mondiali e ben tre medaglie Europee.


La nostra atleta infatti, dopo le ultime olimpiadi di Rio, è stata costretta ad un ritiro forzato. La causa di tale scelta è un problema di salute legato ad una infiammazione muscolare cronica, dovuta alla forma Ischio (una sezione di osso del bacino) in congiunzione del continuo sforzo fisico a cui si sottoponeva in allenamento. Tale disturbo oramai le impediva letteralmente di stare seduta sopra la canoa.


La storia di sarà si incrocia qui del tutto casualmente con quella di una azienda italiana di recentissima nascita, la Elmec 3D.


Da una chiacchierata accaduta senza cognizione di causa con alcuni membri del team di Elmec, si è deciso di provare a risolvere il problema di sarà progettando per lei un nuovo sedile, sviluppato appositamente in funzione del suo corpo, in modo da evitare l’insorgenza del disturbo.



Ecco quindi che dopo aver effettuato un calco dell’ergonomia di Sara durante l’uso del carrello, e digitalizzando le curve ottenute in un software di progettazione, è stato ottenuto un modello anatomicamente corretto di seduta. Realizzata poi la versione definitiva grazie alla stampa 3d, ed installata all’interno della canoa, l’atleta Italiana ha potuto riprendere gli allenamenti senza problemi.


Queste notizie non solo scaldano il cuore e riempiono di speranza il nostro futuro, ma mostrano anche come la tecnologia della stampa 3D sia oramai matura al punto di risolvere l’impossibile e farne anche un business.


Ne è un esempio di fatto, l’altro protagonista di questa storia, la Elmec 3D.


Elmec 3D nasce come una versione alternativa del modello di produzione della casa principale. 


La Elmec Informatica SpA, di fatto una delle più grandi aziende dell’IT italiano, contando al suo interno oltre 670 dipendenti con un fatturato di 220 milioni di euro, ha deciso con questo progetto, di portare in Italia l’idea del “3D come servizio”.


La Elmec 3D, costola dedicata allo sviluppo del settore della stampa, è composta da un personale minimo (solo 20 persone), di ben 9 stampanti 3d, differenziate a seconda della tecnologia di creazione adottata (FFD, SLA, SLS) e di uno spazio per gestire pre–produzione (con lo sviluppo delle idee e dei progetti) nonché uno legato alla post–produzione.


La responsabile del progetto, Martina Ballerio, ingegnere specializzata in nuovi materiali e in nanotecnologie, rivela come la figura di Elmec 3D si inserisca nel mercato come “servire provider” e consulente per per le piccole e medie imprese che decidono sempre più spesso di puntare all’innovazione della stampa 3D, senza però essere ben coscienti di meccanismi, possibilità e processi di progettazione.


“La stampa 3D non serve solo nella fase di prototipazione, ma è fondamentale in alcune piccole produzioni, quelle che riguardano qualche migliaio di pezzi. Un’azienda che fattura pochi milioni e che vede nella sua strategia nella manifattura additiva una risorsa può trovare conveniente fare investimenti importanti in questo settore, soprattutto in presenza dell’iperammortamento al 250%”.


Per conoscere meglio lo stato della stampa 3D nell’industria italiana, e constatare le cifre del suo sviluppo nei prossimi anni,  potete approfondire la lettura a questo link: https://www.industriaitaliana.it/stampanti-3d-dall-automotive-alla-sala-chirurgica-dai-prototipi-alla-produzione/


 


Il futuro è grande e roseo!

05.10.2017 # 4944
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Daria La Ragione // 0 comments

Arriva la legge contro Photoshop

Blog! di Daria La Ragione

È notizia freschissima: in Francia, dal 2 ottobre, corre l’obbligo di apporre la dicitura “Photographie retouchée” in ogni campagna pubblicitaria in cui compaia una modella la cui foto sia stata modificata.

Si chiama Loi Mannequin, è stata promossa da Olivier Veran, deputato di En Marche!, e (forse) è l’inizio di una rivoluzione.

Le agenzie che non si adegueranno potrebbero incorrere in una sanzione che va dai 37.500 euro fino al 30% del valore della campagna.

Non basta. 

La legge riguarda, ovviamente, anche le star, che almeno nelle pubblicità dovranno mostrarsi nature e perfino le passerelle: le case di moda potranno far sfilare soltanto indossatrici con un indice di massa corporea adeguato. Sarebbe a dire non troppo magre. 


Il tema non è del tutto nuovo, basti pensare che a giugno del 2016 aveva fatto clamore la decisione del sindaco di Londra, Sadiq Khan, di vietare che metro e bus potessero ospitare campagne pubblicitarie con corpi perfetti ma finti.

È un vento nuovo che soffia, figlio di una sensibilità che cresce sempre di più e che, ovviamente, alcune aziende hanno saputo intercettare molto prima dei politici.

L’esempio più eclatante è la Campagna per la bellezza autentica di Dove, per una crema rassodante “testata su curve vere” e ancora di più con il primo video virale lanciato dall’azienda, il famosissimo Evolution (era il 2006), che aveva totalizzato un numero di condivisioni e visualizzazioni tale da surclassare perfino il Super Bowl, e di svariate lunghezze.

 



Ora, qualche riflessione è d’obbligo. La prima riguarda il rapporto, complesso a dir poco, tra verità e fotografia.

Perché si illude chi crede che basti eliminare photoshop per raccontare un’immagine veritiera del corpo femminile. E questo non soltanto perché la giusta luce, un’inquadratura attenta, il trucco e l’abbigliamento possono ingannare tanto quanto photoshop, ma soprattutto perché il problema è culturale e se si combatte l’effetto piuttosto che la causa si rischia solo di sprecare tante energie.

Personalmente non credo sia sbagliato promuovere un’idea realistica della bellezza, ma credo che sarebbe più efficace lavorare sull’immaginario collettivo, sull’opinione pubblica, così da fare in modo che siano le aziende, le agenzie, a scegliere di proporre modelli diversi perché sono i consumatori a chiederli. Ma io sono idealista, chi mi conosce lo sa.


La seconda riflessione riguarda le sfilate di moda e la loro preclusione a chi non abbia un certificato medico consono: se partiamo dal presupposto che i disturbi alimentari sono malattie a tutti gli effetti, allora dobbiamo chiederci se sia giusto discriminare una persona perché ne è affetta. Se la stessa legge discriminasse le persone obese la levata di scudi sarebbe scontata, non lo è per le anoressiche e le bulimiche, e questo dovrebbe farci quanto meno riflettere, dal momento che l’obesità non è un problema meno grave. Tuttavia nessuno si sogna di affermare che si debbano far sparire le persone obese dalle passerelle o dalle pubblicità, perché è chiaro ed evidente che questo non risolverebbe alcun problema.

Insomma, c’è buona volontà in questa legge e c’è superficialità, faciloneria e, per usare una parola di gran moda, una buona dose di populismo.


04.09.2017 # 4920
Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

Daria La Ragione // 0 comments

Lo spot D&G con gli attori di Game of Thrones

Blog! di Daria La Ragione

Se siete tra quelli che disapprovano i nuovi spot di Dolce & Gabbana con gli attori di Game of Thrones perché fanno ricorso a una lunga collezione di luoghi comuni su Napoli, siete vittime di un fraintendimento.

Forse siete convinti che l’azienda abbia il dovere si raccontare la città in modo fedele (va’ a capire poi cosa significa), che dovrebbe raccontarne le contraddizioni, la bellezza, la genuinità?

Ma questa, vale la pena ripeterlo, è un’azienda e non un  EPT, e il suo compito non è incentivare il turismo (cosa che per altro fa, ma di rimbalzo), ma vendere abiti, profumi, occhiali.


Normalmente, un’azienda seria, alla luce di ricerche di mercato e dopo accurate riflessioni, sceglie il proprio posizionamento: vale a dire in che modo vuole essere percepita dal proprio target, di quali valori vuole farsi portatrice e di quali no, che tipologia di messaggi vuol dare o meno.

Si chiama branding, è un processo delicato, che solo in parte le aziende possono governare, perché è influenzato anche da ciò che accade nel mondo, dalle rappresentazioni sociali, dall’immaginario, da fatti contingenti e imprevedibili.

È un lavoro che richiede anni.

Ecco perché, quando un’azienda sceglie di legare il proprio nome a una città, come di fatto D&G stanno facendo da un po’ di tempo a questa parte, non lo fa perché vuole promuovere il turismo nella città suddetta, né tantomeno perché desidera comunicare un’immagine più autentica del luogo.

Lo fa perché quella città (o quell’attore/attrice/cartone animato etc) esprime già dei valori che sono in linea con la propria brand image.

 


 


 

Non è che l’azienda adatta la propria comunicazione alla città, ma sceglie una città che è “percepita” come adatta ai propri valori.

Percepita da chi?

Ecco, questo è un punto importante: se avete creduto di essere il target di D&G, vi chiedo gentilmente di aprire i vostri armadi e contare quanti capi avete dell’azienda, poi fate un’altra cosa: andate a leggere sul vostro passaporto qual è la vostra nazionalità e se, come immagino, c’è scritto italiana allora rasserenatevi: quello spot non è per voi.

Sono anni ormai che l’azienda ha costruito la propria immagine di marca intorno a valori “finto tradizionali”: diciamocela tutta, ma ‘ste donne in abiti provocanti che camminano per le città del sud bellissime e conturbanti, in questi pseudo anni ’50 di abiti longuette fasciatissimi (e splendidi), ma dove sono mai state?

La condizione delle donne nel profondo sud che questi due signori stanno inventando, era tutt’altra. Quindi si tratta banalmente di un racconto, di uno “storytelling”.

Allo stesso modo, Napoli viene reinventata attraverso il loro immaginario, per esprimere quest’idea di tradizione pacchiana, coloratissima, accogliente e calda che non ha alcun bisogno di essere vera, basta che sia verosimile, perché questo non è un documentario, questa è pubblicità.

Nessuno è mai insorto all’idea che un cartone animato forzuto e pelato aiutasse le signore a fare le pulizie, quindi vi invito a usare lo stesso sguardo anche per D&G.


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