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07.02.2019 # 5179
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Federica Cerami // 0 comments

RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

RVM, il magazine su carta dedicato alla fotografia, al suo secondo numero, si lascia ispirare dal bianco

Oggi parliamo di una nuova rivista che entra nel mercato dell’editoria indipendente con grande coraggio e piena di stimoli interessanti a cominciare dai colori.


Dopo il ritorno di Rvm Magazine con il Red Issue, infatti, la rivista di fotografia e altre narrazioni edita da RVM Hub, presenta il White Issue, suo secondo numero, interamente dedicato al colore bianco.


Il bianco è leitmotif della rivista, attraverso il quale la redazione porta avanti il lavoro di commistione tra fotografia documentaria e altre forme espressive, a partire dall’artwork di copertina realizzato da Sunday Büro, studio grafico con il quale prosegue la loro collaborazione.


Nella rivista/libro insieme ai cinque Projects, ci sono quattro nuovi racconti ispirati dal lavoro dei fotografi, dai quali prendono le mosse per poi assumere una propria indipendenza e autorialità.


Ad aprire il White c’è una nuova rubrica, Bridges, che fa da collante tra il numero in corso e il successivo. Richiami cromatici e giochi visivi sono gli elementi cardine attorno ai quali si presenta un assaggio del lavoro Variation of White di Miia Autio.

Molte le tematiche differenti affrontate dai cinque progetti fotografici selezionati, che vanno dal suprematismo bianco raccontato da Marc Asnin, al rituale dell’allattamento colto da Vincent Ferrané, passando per “esposizioni” fotografiche e non solo di Kazuma Obara, arrivando ai racconti del popolo della notte in Cina di Feng Li e concludendo con la scoperta dei pescatori del Kazakistan di Aleksey Kondatryev.


Altrettanto vari, negli stili e nei mondi nei quali ci conducono, sono i lavori dei cinque autori coinvolti: a partire dalla graffiante spoken word del rapper Kento e proseguendo con i racconti di Elisabetta Bucciarelli, Carola Susani, Luciano Funetta e Vanni Santoni.

Anche per quanto riguarda le rubriche, il nuovo numero porta qualche novità, oltre a confermare quelle già presenti. Tra queste The Observatory – rubrica nata dalla collaborazione tra Rvm e Limes (prestigiosa rivista di geopolitica) – nella quale Dario Fabbri parla dell’impoverimento della classe media in USA e Matt Black lo racconta per immagini e Slivering Out, rubrica di interviste di Cat Lachowskyj, che dialoga con Ester Vonplon.


L’approfondimento continua con altri contributi: David Campany con In Whitespective ci parla di conoscenza e illuminazione, attraverso le immagini sovraesposte dei paesaggi urbani di Andreas Gefeller; Clement Saccomani ci svela, per Hidden Archive, gli ultimi provini di Stanley Greene; Alessandra Piolotto prosegue il suo atlante figurativo della memoria, Photo Trouvée, con due scatti legati a luoghi tanto distanti, quanto simili, le Dolomiti italiane e la Dancalia.


In Review, infine, Giulia Zorzi recensisce Gulu Real Art Studio di Martina Bacigalupo, progetto sull’identità sottratta a un popolo. In chiusura, con The Image After – rubrica di cinema e fotografia di Alessia Moretti – ci ritroviamo a caccia di fantasmi.


07.02.2019 # 5178
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Francesco Pontolillo // 0 comments

Elmec 3d- La stampa 3D che aiuta lo sport e gli atleti

La stampa 3d può essere usato per fini meravigliosi.

Sebbene la stampa 3D come tecnologia non sia affatto recente, ma bensì più vecchia della persona che sta scrivendo in questo momento (pensate che è nata nel 1986), è solo negli ultimi anni che sembra prendere definizione ed utilizzo, sempre maggiore.


Si va dalla stampa dei prototipi alla creazione di oggetti di design; da materiale per collezionisti a componenti di ricambio, dalle case, alle protesi medicali.


Ed in questo ultimo campo che la stampa 3D, mostra i suoi risultati più grandi ed encomiabili.


Nel darvene testimonianza oggi parleremo di una vicenda nostrana legata ad una ragazza, Sara Bertolasi, forte atleta ed orgoglio nazionale legato al canottaggio, che vanta decine di convocazioni in nazionale, due partecipazioni alle Olimpiadi, otto ai Mondiali e ben tre medaglie Europee.


La nostra atleta infatti, dopo le ultime olimpiadi di Rio, è stata costretta ad un ritiro forzato. La causa di tale scelta è un problema di salute legato ad una infiammazione muscolare cronica, dovuta alla forma Ischio (una sezione di osso del bacino) in congiunzione del continuo sforzo fisico a cui si sottoponeva in allenamento. Tale disturbo oramai le impediva letteralmente di stare seduta sopra la canoa.


La storia di sarà si incrocia qui del tutto casualmente con quella di una azienda italiana di recentissima nascita, la Elmec 3D.


Da una chiacchierata accaduta senza cognizione di causa con alcuni membri del team di Elmec, si è deciso di provare a risolvere il problema di sarà progettando per lei un nuovo sedile, sviluppato appositamente in funzione del suo corpo, in modo da evitare l’insorgenza del disturbo.



Ecco quindi che dopo aver effettuato un calco dell’ergonomia di Sara durante l’uso del carrello, e digitalizzando le curve ottenute in un software di progettazione, è stato ottenuto un modello anatomicamente corretto di seduta. Realizzata poi la versione definitiva grazie alla stampa 3d, ed installata all’interno della canoa, l’atleta Italiana ha potuto riprendere gli allenamenti senza problemi.


Queste notizie non solo scaldano il cuore e riempiono di speranza il nostro futuro, ma mostrano anche come la tecnologia della stampa 3D sia oramai matura al punto di risolvere l’impossibile e farne anche un business.


Ne è un esempio di fatto, l’altro protagonista di questa storia, la Elmec 3D.


Elmec 3D nasce come una versione alternativa del modello di produzione della casa principale. 


La Elmec Informatica SpA, di fatto una delle più grandi aziende dell’IT italiano, contando al suo interno oltre 670 dipendenti con un fatturato di 220 milioni di euro, ha deciso con questo progetto, di portare in Italia l’idea del “3D come servizio”.


La Elmec 3D, costola dedicata allo sviluppo del settore della stampa, è composta da un personale minimo (solo 20 persone), di ben 9 stampanti 3d, differenziate a seconda della tecnologia di creazione adottata (FFD, SLA, SLS) e di uno spazio per gestire pre–produzione (con lo sviluppo delle idee e dei progetti) nonché uno legato alla post–produzione.


La responsabile del progetto, Martina Ballerio, ingegnere specializzata in nuovi materiali e in nanotecnologie, rivela come la figura di Elmec 3D si inserisca nel mercato come “servire provider” e consulente per per le piccole e medie imprese che decidono sempre più spesso di puntare all’innovazione della stampa 3D, senza però essere ben coscienti di meccanismi, possibilità e processi di progettazione.


“La stampa 3D non serve solo nella fase di prototipazione, ma è fondamentale in alcune piccole produzioni, quelle che riguardano qualche migliaio di pezzi. Un’azienda che fattura pochi milioni e che vede nella sua strategia nella manifattura additiva una risorsa può trovare conveniente fare investimenti importanti in questo settore, soprattutto in presenza dell’iperammortamento al 250%”.


Per conoscere meglio lo stato della stampa 3D nell’industria italiana, e constatare le cifre del suo sviluppo nei prossimi anni,  potete approfondire la lettura a questo link: https://www.industriaitaliana.it/stampanti-3d-dall-automotive-alla-sala-chirurgica-dai-prototipi-alla-produzione/


 


Il futuro è grande e roseo!

05.10.2017 # 4944
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Daria La Ragione // 0 comments

Arriva la legge contro Photoshop

Blog! di Daria La Ragione

È notizia freschissima: in Francia, dal 2 ottobre, corre l’obbligo di apporre la dicitura “Photographie retouchée” in ogni campagna pubblicitaria in cui compaia una modella la cui foto sia stata modificata.

Si chiama Loi Mannequin, è stata promossa da Olivier Veran, deputato di En Marche!, e (forse) è l’inizio di una rivoluzione.

Le agenzie che non si adegueranno potrebbero incorrere in una sanzione che va dai 37.500 euro fino al 30% del valore della campagna.

Non basta. 

La legge riguarda, ovviamente, anche le star, che almeno nelle pubblicità dovranno mostrarsi nature e perfino le passerelle: le case di moda potranno far sfilare soltanto indossatrici con un indice di massa corporea adeguato. Sarebbe a dire non troppo magre. 


Il tema non è del tutto nuovo, basti pensare che a giugno del 2016 aveva fatto clamore la decisione del sindaco di Londra, Sadiq Khan, di vietare che metro e bus potessero ospitare campagne pubblicitarie con corpi perfetti ma finti.

È un vento nuovo che soffia, figlio di una sensibilità che cresce sempre di più e che, ovviamente, alcune aziende hanno saputo intercettare molto prima dei politici.

L’esempio più eclatante è la Campagna per la bellezza autentica di Dove, per una crema rassodante “testata su curve vere” e ancora di più con il primo video virale lanciato dall’azienda, il famosissimo Evolution (era il 2006), che aveva totalizzato un numero di condivisioni e visualizzazioni tale da surclassare perfino il Super Bowl, e di svariate lunghezze.

 



Ora, qualche riflessione è d’obbligo. La prima riguarda il rapporto, complesso a dir poco, tra verità e fotografia.

Perché si illude chi crede che basti eliminare photoshop per raccontare un’immagine veritiera del corpo femminile. E questo non soltanto perché la giusta luce, un’inquadratura attenta, il trucco e l’abbigliamento possono ingannare tanto quanto photoshop, ma soprattutto perché il problema è culturale e se si combatte l’effetto piuttosto che la causa si rischia solo di sprecare tante energie.

Personalmente non credo sia sbagliato promuovere un’idea realistica della bellezza, ma credo che sarebbe più efficace lavorare sull’immaginario collettivo, sull’opinione pubblica, così da fare in modo che siano le aziende, le agenzie, a scegliere di proporre modelli diversi perché sono i consumatori a chiederli. Ma io sono idealista, chi mi conosce lo sa.


La seconda riflessione riguarda le sfilate di moda e la loro preclusione a chi non abbia un certificato medico consono: se partiamo dal presupposto che i disturbi alimentari sono malattie a tutti gli effetti, allora dobbiamo chiederci se sia giusto discriminare una persona perché ne è affetta. Se la stessa legge discriminasse le persone obese la levata di scudi sarebbe scontata, non lo è per le anoressiche e le bulimiche, e questo dovrebbe farci quanto meno riflettere, dal momento che l’obesità non è un problema meno grave. Tuttavia nessuno si sogna di affermare che si debbano far sparire le persone obese dalle passerelle o dalle pubblicità, perché è chiaro ed evidente che questo non risolverebbe alcun problema.

Insomma, c’è buona volontà in questa legge e c’è superficialità, faciloneria e, per usare una parola di gran moda, una buona dose di populismo.


04.09.2017 # 4920
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Daria La Ragione // 0 comments

Lo spot D&G con gli attori di Game of Thrones

Blog! di Daria La Ragione

Se siete tra quelli che disapprovano i nuovi spot di Dolce & Gabbana con gli attori di Game of Thrones perché fanno ricorso a una lunga collezione di luoghi comuni su Napoli, siete vittime di un fraintendimento.

Forse siete convinti che l’azienda abbia il dovere si raccontare la città in modo fedele (va’ a capire poi cosa significa), che dovrebbe raccontarne le contraddizioni, la bellezza, la genuinità?

Ma questa, vale la pena ripeterlo, è un’azienda e non un  EPT, e il suo compito non è incentivare il turismo (cosa che per altro fa, ma di rimbalzo), ma vendere abiti, profumi, occhiali.


Normalmente, un’azienda seria, alla luce di ricerche di mercato e dopo accurate riflessioni, sceglie il proprio posizionamento: vale a dire in che modo vuole essere percepita dal proprio target, di quali valori vuole farsi portatrice e di quali no, che tipologia di messaggi vuol dare o meno.

Si chiama branding, è un processo delicato, che solo in parte le aziende possono governare, perché è influenzato anche da ciò che accade nel mondo, dalle rappresentazioni sociali, dall’immaginario, da fatti contingenti e imprevedibili.

È un lavoro che richiede anni.

Ecco perché, quando un’azienda sceglie di legare il proprio nome a una città, come di fatto D&G stanno facendo da un po’ di tempo a questa parte, non lo fa perché vuole promuovere il turismo nella città suddetta, né tantomeno perché desidera comunicare un’immagine più autentica del luogo.

Lo fa perché quella città (o quell’attore/attrice/cartone animato etc) esprime già dei valori che sono in linea con la propria brand image.

 


 


 

Non è che l’azienda adatta la propria comunicazione alla città, ma sceglie una città che è “percepita” come adatta ai propri valori.

Percepita da chi?

Ecco, questo è un punto importante: se avete creduto di essere il target di D&G, vi chiedo gentilmente di aprire i vostri armadi e contare quanti capi avete dell’azienda, poi fate un’altra cosa: andate a leggere sul vostro passaporto qual è la vostra nazionalità e se, come immagino, c’è scritto italiana allora rasserenatevi: quello spot non è per voi.

Sono anni ormai che l’azienda ha costruito la propria immagine di marca intorno a valori “finto tradizionali”: diciamocela tutta, ma ‘ste donne in abiti provocanti che camminano per le città del sud bellissime e conturbanti, in questi pseudo anni ’50 di abiti longuette fasciatissimi (e splendidi), ma dove sono mai state?

La condizione delle donne nel profondo sud che questi due signori stanno inventando, era tutt’altra. Quindi si tratta banalmente di un racconto, di uno “storytelling”.

Allo stesso modo, Napoli viene reinventata attraverso il loro immaginario, per esprimere quest’idea di tradizione pacchiana, coloratissima, accogliente e calda che non ha alcun bisogno di essere vera, basta che sia verosimile, perché questo non è un documentario, questa è pubblicità.

Nessuno è mai insorto all’idea che un cartone animato forzuto e pelato aiutasse le signore a fare le pulizie, quindi vi invito a usare lo stesso sguardo anche per D&G.


26.08.2017 # 4913
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Daria La Ragione // 0 comments

Grey Hong Kong, un'agenzia vecchio stile

Blog! di Daria La Ragione

Forse sto invecchiando, il segno evidente mi pare il fatto che inizio a rimpiangere il passato.

Mi sono scoperta di recente ad annuire leggendo un articolo su come i social media stiano banalizzando la comunicazione pubblicitaria – cosa di cui tra l’altro mi ero accorta io pure da parecchio – schiacciandola su tempi brevissimi e riducendola spesso (ma ovviamente ci sono eccezioni significative) a battuta, scherzo, sciocchezza.

È chiaro che questo accade quando non c’è una strategia integrata a monte, o quando la strategia è proprio fare i cazzari: “informare e divertire” è un mantra vecchio e noioso, che racconta un approccio alla comunicazione superficiale e noioso, oltreché ignorante, perché nessuno che davvero capisca un minimo di comunicazione pubblicitaria potrà mai pensare che esista una formula sempre efficace e sempre applicabile.

Sto invecchiando dicevo, e me ne accorgo perché inizio a pensare che non c’è più la pubblicità di una volta: fino a qualche anno fa mi capitava di emozionarmi guardando un commercial, a volte di commuovermi, altre di ridere tanto. Non voglio che non sia più successo, ma diventa raro, rarissimo.

Per questo quando vedo qualcosa di bello provo un senso di conforto e rassicurazione, e mi viene voglia di approfondire un po’ (brrrrr, approfondire, che brutta parola! che parola da vecchi).

Stamattina guardavo questa campagna di Grey, un’agenzia storica, per l’ente turistico di Hong Kong: si tratta di una serie di QR code (quei disegnini neri e quadrati che spesso troviamo in giro e molto difficilmente usiamo), che però, per una volta, sono belli!

Sono disegni allegri, colorati, comprensibili, che hanno lo scopo di far conoscere l’Old Town Central. Un esempio di creatività fresca, semplice e intelligente.






A quel punto mi è venuta voglia di scoprire qualcosa in più sull’agenzia, (non a caso filiale di una delle più antiche), e mi sono imbattuta in un altro progetto molto interessante, che riguarda la dislessia, un problema diffusissimo e nonostante questo poco, pochissimo conosciuto, che riguarda addirittura milioni di persone soltanto a Hong Kong.

Cosa ha pensato la Grey? Su commissione del BOAZ International Education Institute e in collaborazione con il designer  Daniel Britton, (dislessico) hanno deciso di creare un font che simulasse le difficoltà di chi soffre di questo disturbo. Un font incompleto, che renda faticoso e difficile leggere e comprendere.




Il 27 agosto dello scorso anno il Central Business District di Hong Kong è stato trasformato in un quartiere dislessico: i giornali più famosi, la segnaletica stradale, i manifesti, tutto è stato scritto utilizzando questo font. Si è trattato di una sorta di teaser: tutto era unbranded ma rinviava al sito dell’associazione.

 


Risultati?

90,000 magazines venduti.

Millioni di impressions.

E il progetto di far diventare il 27 agosto la giornata ufficiale della dislessia.

Un progetto vecchia maniera? Sì, decisamente perché ha due caratteristiche importanti: il tempo e la creatività.

15.08.2017 # 4906
RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

Daria La Ragione // 0 comments

Jagermeister e la panna montata

Blog! di Daria La Ragione

Jagermeister sceglie la commedia e torna a far sorridere, con uno spot che gioca sul sesso, sullo sfigato di turno e su una serie di allusioni che in Italia gli avrebbero reso la vita molto dura.

Sarà perché siamo una società piuttosto bigotta, in cui “vizi privati e pubbliche virtù” è un comandamento lento a morire, ma da noi è ancora difficile che una pubblicità possa alludere al sesso e all’alcol contemporaneamente senza attirare reprimende, nella migliore delle ipotesi, o essere bloccata dal Gran Giurì nella peggiore.

La scena è quella di un supermercato poco frequentato, un commesso annoiato e una spesa che allude al sesso senza possibilità di essere fraintesa: litri e litri di panna spray e, per “aggravare” il tutto, una bottiglia di Jagermesteir; il commesso alza lo sguardo e si trova davanti due splendide e ammiccanti ragazze, fa appena in tempo a iniziare a sognare che le due se ne vanno e la magia è finita.


In effetti, in Germania devono avere una legge sulla pubblicità con maglie decisamente più larghe di quella italiana, anche se di legge vera e propria non si può parlare nel nostro caso, almeno quando si fa riferimento al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, che legge non è ma viene applicato con certezza anche maggiore.

A proposito delle bevande alcoliche, l’articolo 22 dice - tra l’altro - che la pubblicità non può:

«indurre il pubblico a ritenere che il consumo delle bevande alcoliche contribuisca alla lucidità mentale e all’efficienza fisica e sessuale e che il loro mancato consumo comporti una condizione di inferiorità fisica, psicologica o sociale».


Probabilmente non è questo il caso, ma l’allusione al fatto che l’alcol renderà tutto più divertente è palese.

È un problema o è solo questione di bigottagine? 

La risposta non è semplice, perché se prendiamo in considerazione una persona adulta facciamo presto a rispondere che lo è. Però la televisione non la guardano solo gli adulti, ma anche molti adolescenti e persone che hanno meno strumenti per valutare la distanza tra la comunicazione commerciale e la realtà.

È una questione delicata, che meriterebbe di essere approfondita non a partire da posizioni di pregiudizio, ma con onestà e lucidità.

Nel frattempo, se siete adulti e vaccinati, potete divertirvi con gli spot che girano all’estero.